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Interventi

25 novembre 2013 – Giornata internazionale contro la violenza alle donne

 

25 novembre 2013 – Giornata contro la violenza alle donne

 

L’Associazione Spazio Tempo per la Solidarietà collabora con la Libera Università dell’Autobiografia e la Biblioteca Vaccheria Nardi sviluppando i temi legati alle storie di vita e dei luoghi. 

Invita soci e amici ad aderire alla Giornata  contro la violenza alle donne , nell’ambito del progetto europeo  Writing Beyond the Silence (Scrivere oltre il silenzio), promosso dalla LUA, secondo le modalità proposte:

  l'iniziativa di scrittura simultanea sul web si svolgerà Domenica 24 novembre 2013 a partire dalle 18:30. ll motto dell'iniziativa è "Scriviamo per trasformare la nostra vita di relazione". La sollecitazione di scrittura è «Ti racconto quella volta che era oltre i confini dell'amore».

 

  • Può partecipare chiunque, di qualsiasi età, genere, orientamento etc. Non solo LUA quindi, ma cerchiamo di coinvolgere tutti quelli con cui siamo in rete.
  • Chi vorrà partecipare, elaborerà un proprio testo (o in diretta o prima), e lo caricherà in un modulo apposito che apparirà sul sito www.lua.it/beyond solo a partire dall'orario stabilito Gli/le scriventi devono autorizzare la pubblicazione del testo, cliccando su una casella apposita.
  • Chi vuole può scaricare il materiale utile a promuovere e allargare nelle proprie reti (sia virtuali che reali) l'iniziativa:

         L’Associazione Spazio Tempo per la Solidarietà sostiene questa iniziativa per sensibilizzare ulteriormente l’opinione pubblica sul tema della violenza di genere contro le donne.

In questo modo, riusciremo a pubblicizzarla tramite  il sito www.lua.it/beyond e sulla pagina Facebook del progetto, due strumenti di diffusione che cresceranno anche grazie al nostro contributo...

Festival dell’Autobiografia. Anghiari, 20 – 22 settembre 2013

Festival dell’Autobiografia. Anghiari, 20 – 22 settembre 2013

 

140911-ImmagineFestival.jpg Il mio Festival

  Nel teatro, in Biblioteca, nei negozi, nei ristoranti, nei bar, nelle strade, persone che non si conoscevano fino a un momento prima cominciano con salutarsi con un sorriso, poi si parlano e le parole, rapidamente, diventano un racconto. Le storie di vita hanno passeggiato per i luoghi di Anghiari, o meglio, Anghiari  le ha accolte e, in qualche misura, se ne è impossessata. Un programma ricco e articolato di incontri ha richiamato e coinvolto un numero rilevante di persone.

 Ci sarà modo, credo, per condividere e valutare anche i punti deboli e i problemi organizzativi. Per ora mi sento di dire che, nei giorni del Festival, Anghiari si è trasformata in una sorta di Arcadia.

 

 Aperitivo con le storie di lavoro

  Nell’ambito di Aperitivo con le storie ho avuto il privilegio di condurre l’incontro dedicato alle Storie di lavoro che si è svolto in un luogo molto  particolare, l’elegante showroom di Busatti. Per arrivare al giardino-terrazza al livello della strada, si passa per ambienti  pieni di raffinati tessuti per arredo … Sui banconi ci sono alcuni dépliant con i Colloqui autobiografici, tratti dalle interviste ai titolari curate da Anna e Carmen. Il luogo può sembrare in contrasto  con le vicende del Salumificio Bellentani di Modena, con i licenziamenti delle operaie licenziate della Omsa di Faenza e il progetto SOStare. AAA Lavoro cercasi. Autobiografia. Ascolto. Autoaiuto, ma è solo un’impressione superciale. 

 

 Cominciamo in anticipo perché il pubblico ha già occupato quasi tutti i posti a sedere. Presento l’incontro e gli ospiti, cercando di mettere in evidenza gli  aspetti comuni di storie operaie di ieri e di oggi, con il  progetto sperimentale che verrà avviato, a breve, in Lombardia.  Provo a far dialogare le storie raccolte con amore da Adriana e Anna Maria, pubblicate dallo Spi – Cgil in due bei volumi, per poi confrontarle con i momenti difficili dell’oggi, della perdita del lavoro e della disoccupazione giovanile. Infatti il progetto SOStare prevede l’impegno di volontari, opportunamente formati all’ascolto autobiografico e alla relazione d’aiuto, attraverso l’helpline di sostegno telefonico e altre tecnologie informatiche, nei confronti di persone senza lavoro. 

  I posti a sedere sono esauriti nella  terrazza di Busatti… Alcune persone sono in piedi e altre, passando in strada, si fermano ad ascoltare appoggiandosi alla ringhiera. Il microfono arriverà solo dopo un’oretta ma le letture delle storie sono riuscite, comunque, a coinvolgere il pubblico e alcuni dei presenti hanno voluto portare la propria testimonianza.

 Alla fine, lo scambio di battute e di impressioni intorno al ricco buffet offerto da Busatti, ha dato conferma dell’esito positivo dell’incontro.  

 

Appoggiati al leggio

 Intensa è stata l’esperienza di Appoggiati al leggio: vi ho partecipato con una certa emozione insieme ad altre tre signore che hanno partecipato a laboratori da me curati. 

 La mail di Carmine mi stimola a condividere con voi la lo scritto che ho letto per l’occasione.  Mi farebbe piacere che lo consideraste un mio contributo, elaborato in forma di lettera, sul tema delle memorie locali e dei geni, che è stato al centro dell’incontro diretto da Caterina.

 

Gentili amiche, cari amici,

 vorrei raccontarvi alcune vicende, personali e no, legate alla Mnemoteca e alla Biblioteca Vaccheria Nardi. 

 Dovete saper che nel dicembre del 2009 è stata inaugurata la Biblioteca Vaccheria Nardi, nel quartiere dove abito a Roma, da quasi 35 anni: un fatto  importante certamente per la lettura ma anche per la scrittura autobiografica.  Finalmente si concludeva la travagliata vicenda della Biblioteca di via Mozart, chiusa da molto tempo.

 La nuova sede della Biblioteca  si trova in un’area verde fra la Via Tiburtina e l’Aniene, con un leccio secolare e un giardino di cedri, palme e bossi, su un leggero rilievo del terreno,  dove sono stati rinvenuti resti di una villa-casale di epoca romana.

 In questa zona, un tempo paludosa, fu costruita nel 1904, la vaccheria di un’azienda casearia,  attiva fino agli anni ’60. Negli anni ’30 su questo territorio bonificato, sorsero le  borgate di Tiburtino III e Pietralata, dove vennero “deportati” gli abitanti più poveri del centro storico, che avevano perduto le loro case in seguito alle demolizioni del  Ventennio.
Queste borgate, rappresentate da Renzo Vespignani e descritte da Pier Paolo Pasolini, Elsa Morante e Franco Ferrarotti, nel corso degli anni erano diventate malsane e inabitabili.

 La loro demolizione e la costruzione di nuove case popolari avvenne però solo nei primi anni ’80, quando si era già  sviluppato il nuovo quartiere di Colli Aniene, e  migliaia di famiglie vi erano andate ad abitare, acquistando l’ appartamento in cooperativa e con mutuo agevolato.

 Il clima sociale era caratterizzato da un forte impegno politico per la presenza di tante famiglie giovani, ma il rapporto  tra i nuovi e i vecchi abitanti del territorio non era sempre semplice, pur se mediato spesso dalla stessa appartenenza politica.  Comunque ci  si conobbe, ci si organizzò, si lavorò negli organi collegiali della scuola e in tutte le iniziative tese a migliorare la vita da pionieri, in una periferia non completamente urbanizzata, dove erano ancora evidenti aspetti importanti dell’Agro romano.  Volevamo conservarne e recuperarne alcune testimonianze: le aree verdi intorno al fiume Aniene, il Casale della Cervelletta della metà del ‘600, costruito intorno ad una torre medievale e la vaccheria che, sulla fronte dell’edificio principale, recava l’iscrizione: “PREMIATA VACCHERIA/FRA.LLI NARDI VIA CROCIFERI 22”, a due passi da Fontana di Trevi. 

 La trasformazione del Pci in Pds passò come un terremoto. I rapporti più solidi divennero difficili e molte amicizie fraterne si ruppero.  Alcuni promossero associazioni culturali per reagire allo sconforto, al conformismo e per non disperdere il senso di comunità che negli anni si era creato.    

 Così, dopo le esperienze della Banca del Tempo  e del Caffè letterario   in una libreria, ci mettemmo alla ricerca di documenti ed immagini sul tratto urbano  della Via Tiburtina. Trovammo un gran numero di indizi e informazioni. Quella che sembrava una periferia indistinta si rivelò un insieme di luoghi i cui Geni pulsavano di vita. Quel paesaggio umano era un incredibile giacimento   di storie: se ne potevano trovare tracce nella letteratura, nella pittura e nel cinema  e potevano essere  indagate con gli strumenti dello storico, del sociologo  o dell’antropologo.  Sentivo che pian piano stava emergendo qualcosa di importante che non riuscivo ancora ad individuare.

 All’inizio del 2000 la Biblioteca di via Mozart promosse una serie di conferenze sul tema della Memoria e ad una di queste intervennero Saverio Tutino e Duccio Demetrio che insieme avevano fondato nel 1998 la Libera Università dell’Autobiografia, ad  Anghiari.  Fu una rivelazione. Partecipai a vari seminari e mi iscrissi alla scuola biennale. Avevo capito che quello che mancava alla nostra ricerca era una chiave metodologica diversa: la scrittura di sé, inserita in un percorso culturale e formativo orientato verso le storie dei luoghi e delle persone.

 Così cominciò  a definirsi il progetto “Il paesaggio umano e la memoria” che avrebbe predisposto un complesso di attività al fine di costituire nella Biblioteca pubblica uno spazio dedicato alla cultura e alla pedagogia della memoria, alle storie di vita e dei luoghi, alla scrittura autobiografica: uno spazio chiamato Mnemoteca, un cantiere aperto e una comunità di pratiche, un luogo di partecipazione e di democrazia, dove raccogliere e conservare diari e autobiografie; pubblicazioni, documenti e immagini riguardanti il territorio e i suoi cambiamenti.

 Ma frequentare Anghiari non mi aiutò solo in questo. Scrivere la mia autobiografia e praticare la scrittura mi ha anche aiutato ad individuare zone della mia interiorità non ancora esplorate. Il mio atteggiamento nei confronti della vita, del prossimo e della mia famiglia, almeno in parte, è mutato, come anche il modo di rappresentarlo.

 A proposito di luoghi e memorie, qualche giorno fa sono andato a vedere una mostra fotografica dedicata a Luigi Ghirri (Pensare per immagini, Maxxi). Mi è sembrata una fonte inesauribile di stupore ed emozione, in cui ho ritrovato tratti importanti dello sguardo autobiografico.

 Mi piacerebbe partire da uno sguardo meno affrettato, più consapevole e affettuoso, entrare in sintonia con il luogo. Il mio è un tentativo semplice di costruire un sentimento di appartenenza e di pacificazione.    

Luigi Ghirri, Una luce sul muro, 1981  

 Giovanni D’Alfonso

I percorsi della memoria: l’autobiografia come cura della mente

Esperienze di scrittura e narrazione di sé come strumento di autoanalisi e sviluppo cognitivo

L'autobiografia non è soltanto un genere letterario, praticabile da chiunque desideri raccontare i passaggi
e le esperienze della propria vita ma, in quanto narrazione e scrittura del proprio vissuto, può essere anche uno strumento di autoanalisi e di sviluppo cognitivo e, quindi – a prescindere dall’età - una modalità di auto-formazione.

La Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari (Arezzo) (cfr www.lua.it ) ha sviluppato, da oltre dieci anni, una scuola del tutto particolare dove, attraverso un percorso annuale, si impara a pensare e a riflettere sul proprio passato e il proprio presente, a raccontare e a scrivere prendendosi cura di sé. Colui o colei che si lascia coinvolgere nella scrittura autobiografica, potrà trovare nella rappresentazione dei propri ricordi e delle proprie speranze - i cardini della vita della nostra mente e del nostro stare al mondo - le condizioni per elaborare lutti e sofferenze nonché per scoprire nuovi significati nella propria esistenza.
Queste considerazioni valgono per tutte le generazioni, sia per le donne che per uomini, ma acquistano un particolare significato per gli anziani, più sensibili allo scorrere del tempo. Per questo, i loro ricordi e le loro speranze assumono, spesso, una connotazione malinconica e triste, a causa di un passato doloroso che non passa, e di un futuro da cui non ci si aspetta più granché.
Quando si parla di una maggiore capacità di pensiero, ci si riferisce in sostanza a due azioni indispensabili alla vita, cioè perdonare e promettere, declinate anche in senso riflessivo. La prima dimostrerebbe che il passato può cambiare e può assumere altri significati grazie a un diverso modo di osservarlo; la seconda può suscitare il desiderio di portare la propria testimonianza di vita, di progettare un futuro diverso e creare un ponte tra sé e le altre generazioni, anche quelle che
non si conosceranno mai.
Scrive Betty Leone, nella presentazione del volume “La memoria del futuro. Soggetti fragili e possibilità di azione” che raccoglie una serie di studi elaborati nell’ambito del Progetto Memoria, promosso dallo Spi – Cgil:
(…) Esistono due modi distinti per esercitare la
memoria e farla diventare un valore per il futuro.

Per sapere di più, scarica l'articolo

Storie di vita e di giardini. Appunti di ecologia narrativa

(Giovanni D’Alfonso)

Durante il laboratorio autobiografico dedicato al Giardino, da me condotto nella Biblioteca Vaccheria Nardi di Roma, ci siamo chiesti che cosa  rappresenti un giardino per ciascuno di noi. Le risposte non sono state univoche. Per sollecitare la riflessione e la scrittura dei partecipanti si è provato a individuarle meglio attraverso la lettura di alcuni testi come, ad esempio, E il giardino creò l’uomo*

(…) Finché ci saranno essere umani che cercano di rinnovare un dialogo con la natura, ci saranno veri giardini, e quindi una speranza. Sopravvivranno come luoghi di dissenso. Non hanno già adesso questo ruolo, che non avrebbero mai pensato di dover sostenere?

Il giardino non è mai perduto. Così, essendo troppo vecchio per credere nelle rivoluzioni, non avendo mai avuto gusto per i manifesti politici, io non raccomando che una forma di ribellione: il giardinaggio. Fate giardini! Veri giardini, naturalmente, luoghi indomiti, fuori legge. Io che sono sempre stato allergico alla civiltà, con questo sangue di barbaro dell’estremo nord che mi scorre nelle vene, ho curato un giardino selvatico. Voi scegliete lo stile che vi si confà. Tracciate il vostro disegno sulla faccia della terra, che si presta sempre volentieri ai sogni dell’uomo, piantate un giardino e prendetevene cura. E proteggete anche quelli che restano e resistono, i vecchi luoghi abitati dalle piante che arrivano da lontano e continuano a sognare, nonostante l’insensato baccano che li circonda. Lavorate con i poeti, i maghi, i danzatori e tutti gli altri artigiani dell’invisibile per rimettere al suo posto il mistero del mondo. (…)

 Alla fine del percorso ogni partecipante ha raccontato il proprio giardino così come ciascuno lo aveva interiorizzato: metafora della vita e dello stare al mondo. Così scrive lo scrittore portoghese Josè Saramago:

 Sono nipote di un uomo che, presentendo che la morte lo attendeva all' ospedale dove lo stavano portando, scese nell' orto e andò a dire addio agli alberi che aveva piantato e curato, piangendo e abbracciando ognuno di essi, come se di esseri amati si fosse trattato. (…) Questo episodio è accaduto, è reale, non è frutto della mia immaginazione. In tanti anni, non avevo mai sentito uscire dalla bocca di mio nonno parola alcuna sugli alberi in generale, e su quelli in particolare, che non fosse motivata da ragioni pratiche. Inoltre, non avrei potuto immaginare, nessuno avrebbe potuto immaginarlo, che l' ultima manifestazione cosciente della personalità del vecchio uomo avrebbe toccato la linea del sublime. Eppure accadde. Non saprò mai cosa mosse lo spirito di mio nonno in quell' ora estrema, cosa pensò e provò, quale chiamata urgente guidò i suoi passi insicuri fino agli alberi che lo aspettavano. Forse sapeva che gli alberi non possono muoversi, che sono legati alla terra dalle radici e che da queste non possono separarsi, se non per morire. Nel fondo del suo cuore, forse mio nonno sapeva, di un sapere misterioso, difficile da esprimere con le parole, che la vita della terra e degli alberi è una sola vita. Né possono gli alberi vivere senza la terra, né può la terra vivere senza gli alberi. (…)**

 Evidentemente il giardino è anche uno spazio interiore, un luogo dell’anima che si racconta e che ci parla di chi se ne è preso cura. La psicoterapeuta  Ruth Ammann*** così ricorda il giardino dei nonni.  

 Da ragazzina trascorrevo le vacanze estive, insieme ai miei fratelli, cugini e cugine, dai nostri nonni in campagna, in un giardino paradisiaco che però dava un gran lavoro e in cui anche noi bambini dovevamo dare una mano. Al momento della colazione, il nonno leggeva sempre il giornale, finché non arrivavano le cinciallegre a disturbarlo. Sapevano che aveva sempre con sé dei pinoli e facevano sarabanda intorno a lui finché non gli avevano beccato l’ultimo pinolo dalle mani. Poi lui si alzava e mi diceva: “Vieni andiamo in giardino!” Io sapevo bene che voleva andare fino alla piccola casa dove fiorivano i tanti garofanini che spandevano in lontananza il loro buon profumo. E così da bambina attraversavo il giardino insieme a quel gigante che era mio nonno, e imparavo un sacco di cose su fiori, erbe e alberi. Il  suo albero favorito era uno stupendo melo cotogno tutto bitorzoluto, il cui significato mi si chiarì solo molti anni più tardi, quando mi apparve in sogno.

In questo sogno mi trovavo di nuovo nel giardino dei miei nonni; la casa era appena stata abbattuta ma il giardino era rimasto intatto. Il mio compito era quello di conservare l’albero di mele cotogne di mio nonno e la collezione di disegni di bambini malati che lui aveva raccolto nel periodo in cui lavorava come medico all’ospedale infantile.(…) 

 

Alcuni dei partecipanti al laboratorio hanno avuto anche la possibilità di seguire un breve corso di giardinaggio e realizzare un’aiuola fiorita in un’area della biblioteca, altri hanno avuto un’occasione stimolante di approfondimento partecipando al Convegno nazionale di Ecologia narrativa “Raccontare la terra, la terra si racconta” che si è tenuto ad Anghiari (Ar), nel maggio scorso.

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*Jorn de Precy, E il giardino creò l’uomo. Un manifesto ribelle per filosofi giardinieri, a cura di Marco Martella,  Ponte alle Grazie, 2012.  Marco Martella è uno storico dei giardini. Vive e lavora a Parigi, dove ha fondato nel 2010 la rivista Jardins (editions du Sandre) sulla filosofia e sulla poetica del giardino.

**Josè Saramago, Quel vecchio uomo che abbracciava gli alberi, la Repubblica, 17 – 6 – 2006) 

*** Ruth Ammann Il giardino come spazio interiore, Bollati Boringhieri, 2008


 

Promosso dalla Libera Università dell’Autobiografia, il convegno con i numerosi contributi e testimonianze, tra cui l’importante intervento di Vandana Shiva*, ha messo in evidenza le molteplici relazioni e declinazioni che legano l’esistenza di donne e uomini con la Natura, il tempo, le stagioni  e i paesaggi: è questo, in sintesi, l’orizzonte dell’ecologia narrativa.

A conclusione del convegno  è stata annunciata la creazione di una Scuola per consulenti in ecologia narrativa**, per formare operatori in grado di offrire - alle scuole, ai servizi socio-sanitari e di cura, alle biblioteche e ad ogni altra organizzazione che si occupi di educazione ambientale e di tutela del patrimonio paesaggistico - idee, progetti, interventi per la diffusione della cultura ecologica. Il corso di base seguirà la metodologia della narrazione e della scrittura di sé a salvaguardia delle memorie del lavoro contadino, parallelamente ad approfondimenti in campo ecologico e agro-alimentare. Dopo una valutazione delle competenze acquisite, la scuola offrirà ai consulenti, almeno tre percorsi avanzati: Orto e garden therapy (peroperatori della salute); Filosofia della natura (perinsegnanti della scuole superiori e operatori culturali); Animazione eco-narrativa (pereducatori, genitori, animatori, pedagogisti).

 

La presenza al convegno di Vandana Shiva, fondatrice del movimento Navdanya (in hindi Nove semi), ha contribuito a focalizzare meglio i temi del sottosviluppo, di un’agricoltura sostenibile e della globalizzazione.  Ma la mia attenzione è stata richiamata particolarmente dagli interventi sui giardini e gli orti urbani.

Di grande interesse è stata l’esposizione del  giardino terapeutico realizzato dall’arch. Monica Botta  presso la Casa di Riposo di Bellinzago Novarese, ispirandosi all’esperienza degli healing gardens.  

Nel 2006 il giardino esistente intorno alla Casa protetta era “privo di qualsiasi pavimentazione, percorso o accesso al verde (… ), anche se esistevano zoneombrosegià godibili”; Il progetto di trasformazione è iniziato dalla creazione di una Terrazza verde e di un Percorso storico-sensoriale che hanno consentito il recupero di alcuni spazi adiacenti all’edificio, all’ingresso e alle zone giorno, arricchendoli con aiuole colorate e profumate dove gli ospiti anziani possono passeggiare e sostare con i parenti. “Lungo il percorso, inoltre, sono stati posizionati antichi attrezzi agricoli con il nome scritto in italiano e nella forma dialettale per creare motivo di conversazione e rimandi alla memoria storica” (p.27) ***. Più importante, dal punto di vista terapeutico, è stata la progettazione e realizzazione di un Orto dei Semplici e di un percorso, dove persone con diverse forme di fragilità e di differente età,  con la supervisione di operatori sanitari, agronomi ed educatori, possono usufruire di spazi verdi attrezzati per attività motorie, fisioterapiche e di ortocultura, ricevendone benefici rilevanti.  

In definitiva è emerso con maggiore chiarezza che prendersi cura del giardino e dell’orto può avere esiti anche  terapeutici sia  per chi vi è coinvolto attivamente sia per chi soltanto li frequenta, anziani, giovani coppie, bambini, con i sensi pronti ad accogliere odori, colori, sapori…

 

Le esperienze descritte finora mi hanno indotto a conoscere meglio il movimento per la creazione e lo sviluppo degli orti urbani a Roma che già nel 2010 rappresentavano una realtà affermata in varie zone della città, come si può leggere nel sito dell’Eco della Città (http://www.ecodallecitta.it/notizie.php?id=104253). 

 

Vecchi parchi abbandonati, giardini degradati e infestati dalle erbacce: sono oltre 100 le aree verdi che a Roma sono state recuperate da cittadini e associazioni per essere trasformate in orti urbani condivisi, oppure in spazi pubblici di gioco e di ritrovo. Un censimento del Comune di Roma ne aveva individuate 65, mentre altre 50 sono state inserite dalla società di architettura e urbanistica Studiouap nella mappa “Zappata romana”.

Esempi sono ormai presenti in ogni parte della capitale: a San Lorenzo un piccolo appezzamento privato è stato trasformato da tre associazioni in un'area pubblica con parco giochi, e orto urbano; alla Garbatella, i cittadini coltivano degli orti collettivi in un'area vicina alla sede della Regione Lazio, ma altri parchi urbani e piccoli orti comunitari sono stati realizzati anche a Centocelle, sull'Ardeatina e nella zone del Forte Prenestino, dove un'area verde che si trovava in stato di abbandono è stata riqualificata grazie al contributo del Centro anziani, dell'Associazione Tandereig che lavora con gli adolescenti e del Centro sociale “Forte Prenestino”. Nell'ex parco abbandonato ora esistono un orto didattico, un'area gioco e uno spazio destinato alla messa in scena di spettacoli.

Roma sembra dunque finalmente avviata a seguire l'esempio di altre grandi città europee, come Parigi, dove esistono regole precise e universali per l'affidamento di aree abbandonate ad associazioni e comitati civici. Il Comune ha infatti stipulato una convenzione con le associazioni, per concedere loro in uso i terreni inutilizzati per sei anni. È sempre il Comune che fornisce l'acqua per l'irrigazione e il terriccio vegetale necessario per mettere a dimora le colture, mentre i cittadini garantiscono l'apertura del giardino per almeno due mezze giornate alla settimana e l'ospitalità di iniziative pubbliche. Un esempio che si spera venga presto seguito.

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*Gli  Atti del Convegno  sono visibili nella pagina web: http://www.lua.it/index.php?option=com_content&task=category&sectionid=4&id=62&Itemid=34  

Vandana Shiva (1952) Fisica, attivista politica e ambientalista, si è battuta per cambiare pratiche e paradigmi nell'agricoltura e nell'alimentazione; si è occupata anche dei diritti sulla proprietà intellettuale, di biodiversità, biotecnologie, bioetica, ingegneria genetica. 

**Cfr. tali relazioni assumono per ciascuno di noi nel corso della propria vita: per perseguire questo obiettivo è stata istituita la SCUOLA DI ECONARRAZIONE  http://www.lua.it/raccontarelaterra/ 

 

***Monica Botta, Healing Garden. Giardino terapeutico per anziani, disabili, bambini. Percorso storico-sensoriale, terrazza verde,

 Orto dei Semplici, percorso fisioterapeutico, Editrice E-volution. 2012
Nel Parco di Aguzzano,  tra la via Tiburtina e la via Nomentana di Roma,  è stato realizzato quest’anno un Orto Giardino in un’area individuata nei pressi del Centro di Cultura Ecologica*.  

Stefano Petrella e Francesca Cau, coordinatori del progetto, mi hanno raccontato le varie fasi di realizzazione e il grande interesse suscitato tra gli abitanti della zona. Dopo l’approvazione da parte del  Comune di Roma, si è proceduto all’assegnazione, alle prime cento persone in graduatoria, di lotti individuali di 16 mq. Inoltre è stata creato un settore,  curato da 23 persone, denominato orto sinergico.

Durante la visita all’orto, accompagnato da Pasquale e Paolo, due degli assegnatari,  ho raccolto  alcune testimonianze da cui emergono i molti elementi positivi di questo progetto: la socializzazione delle esperienze fra persone di età e condizioni diverse, l’esercizio fisico, la coltivazione biologica di ortaggi per uso familiare e, non ultimo, la tutela dell’ambiente e del paesaggio di questo lembo dell’Agro romano. 

 

Riporto di seguito il racconto autobiografico di Paolo Cinque con cui mi sono piacevolmente intrattenuto e che ringrazio per lo scritto che ha voluto inviarmi.  

  

 

Breve autobiografia in forma di orto

 

L’orto della mia biografia ha due radici, una nascosta ed una più superficiale, entrambe essenziali.

Dalla nascita fin quasi al termine della Scuola Media sono vissuto in Libia, in una regione agricola pre-sahariana a forte presenza italiana, ad una quarantina di chilometri dalla città di Tripoli. Quei campi e orti fanno parte dell’immaginario della mia memoria, così come le persone che ho frequentato, provenienti dalle più diverse regioni d’Italia: i miei parenti stretti non erano contadini ma quasi tutti contadini erano le persone che vedevo, e i loro figli sono stati miei compagni di scuola, almeno fino a tutte le elementari. Fra questi adulti, un amico di mio padre, un uomo solitario che si occupava di agronomia con una passione ed una maestria per me singolari: lo ricordo mentre girovagava per i campi ad innestare gli olivi, la cui piantumazione in enormi estensioni di uliveto aveva lui stesso organizzato, credo nell’ambito del Ministero per le Colonie e, successivamente, per la FAO. L’amicizia tra lui e mio padre si trasmise anche ai figli e dura tutt’ora. Alcune tra le mie attività non occasionali – ma non obbligatorie – erano legate alla cura dell’orto o del giardino e i piaceri del palato o i profumi più intensi sono legati ai prodotti di quella particolare campagna. Non per nulla il mio paese d’origine, dopo la prima denominazione fascista di Villaggio Bianchi, si chiamava Azzahra, un nome arabo che significa Fiore d’arancio (la Zàgara siciliana). E ancora, durante gli anni del collegio, il frate francescano tollerava che me ne andassi per i sentieri dei campi dell’istituto e che mi soffermassi nella stalla o nel pollaio.

In Italia, la città ha come seppellito questo mondo consegnandolo ad una memoria quasi proustiana ma insospettatamente vigile non appena si andava per campi: la cosa ha probabilmente contributo a sostanziare l’attenzione dell’adolescente per tutto ciò che riguardasse la vita del sottobosco (sapevo che cosa fossero l’oasi o i datteri ma non avevo quasi mai visto frutti come fragole, lamponi, mirtilli, per non parlare dei funghi, del querceto, delle abetaie, della faggeta): così, poteva capitare che, durante un’escursione dolomitica mi soffermassi spontaneamente ad osservare fiori e animali che lo splendore grandioso del paesaggio circostante riduceva al silenzio o a un bisbiglio quasi impercettibile. Ma è anche possibile che il silenzioso lavorìo del lievito nel pane della mia biografia abbia contribuito ad assomigliare il mio futuro lavoro di insegnante a quello di un seminatore di idee e a voler piantare alberi nei giardini delle scuole, là dove certi vialetti presentavano dei vuoti.

Questa è la radice profonda o, se si vuole, la parte profonda della radice.

 Alcuni anni fa, seguendo le inclinazioni ambientaliste di Valerio, figlio che stava frequentando una facoltà di Agraria e si apprestava a “riesumare” come agronomo la figura dell’agronomo della mia infanzia, mi iscrissi al Gruppo di acquisto che lui frequentava prima di me. Il Gruppo realizzava una delle tante attività di un’Associazione Culturale che prendeva il proprio nome caratteristico dalla via di accesso che collega la Via Nomentana al lato settentrionale del parco di Aguzzano: Via del Podere Rosa. Questo posto poteva essere raggiunto anche a piedi dalla mia abitazione, che sorge a ridosso del lato occidentale dello stesso Parco, lungo un percorso che già frequentavo nelle passeggiate giornaliere con Diana, indimenticabile meticcia adottata in mezzo a una strada. Entrai così nella “mailing-list” dell’Associazione e l’indirizzo deve’essere rimasto lì anche dopo l’interruzione della nostra frequenza.

Deve essere stato quel deposito informatico, però, a farmi trovare, diversi anni dopo, una mail dell’Associazione che informava di un’iniziativa appena avviata: la realizzazione di un orto urbano adiacente al parco di Aguzzano. Si sollecitava la formazione di una lista di richiedenti l’affido di una frazione, come parte della procedura di attivazione presso le autorità competenti. Per me è stato come l’emergere di un pollone dal sottosuolo: qualcosa che non era stato programmato ma che pure, aveva qualcosa di familiare. Sarei andato in pensione dopo pochi mesi, tra l’altro. Così mi decisi ad aderire, fra il divertito scetticismo di tutti i parenti e amici. … Non conoscevo nessuno se non di vista, poiché le passeggiate con il cane mi aveva fatto incontrare alcuni richiedenti, in forma del tutto anonima. Attesi lo svolgersi degli eventi senza partecipare attivamente ai lavori di preparazione e organizzazione (io mio lavoro di insegnante non mi avrebbe concesso molto, d’altra parte) fino a quando, una mattina di febbraio, assistetti al grossolano dissodamento e successivo diserbo dell’area: senza sapere quale sarebbe stata l’area assegnata, ci ritrovammo per la prima volta a ripulire superficialmente il terreno, dandoci un “lei” progressivamente sempre meno convinto. Una serie di assemblee definì alcuni tratti basilari dell’organizzazione, un regolamento, le quote, fino all’assegnazione definitiva delle aree, che vennero progressivamente e diversamente abitate durante la primavera.

E questa è stata la radice superficiale o, se si vuole, la parte superficiale della radice. La pianta è germogliata così …

 

6 novembre 2013 

 

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*Notizie più dettagliate si possono trovare nelle pagine web:

http://www.centrodiculturaecologica.it/

http://ortogiardinodiaguzzano.wordpress.com/

 

http://sinergicoaguzzano.wordpress.com/

Relazione finale del progetto Alla ricerca delle ceneri di Pasolini

(a cura di Giovanni D’Alfonso e Francesco Mancuso) 
Roma, 2 luglio 2010

 

Premiata_Vaccheria_Nardi.jpgL’invito a partecipare al progetto “Che cosa sono le periferie. Il MONDO DI SOTTO: da Pier Paolo Pasolini ai Giovani Talenti delle periferie” promosso dal Municipio Roma 5 (prot. 62527 del 16 ottobre 2009 ), ci giunse nell’autunno del 2009. La proposta dell’Associazione Spazio Tempo per la Solidarietà si concretizzò in un percorso di ricerca-azione autobiografica (Alla ricerca delle ceneri di Pasolini), capace di promuovere, di far incontrare la figura e l’opera di Pasolini con i giovani di oggi, che insieme alle iniziative di altre organizzazioni, sarebbe confluito nella Festa delle Culture giovanili che da qualche anno si svolge nel nostro Municipio. 

Il nostro obiettivo non sarebbe stato solo quello di promuovere la lettura ad alta voce di brani delle sue opere, nei luoghi da lui vissuti o descritti negli anni ’50 e ‘60, ma avrebbe contribuito a restituire, soprattutto ai giovani, un grande intellettuale della seconda metà del ‘900, attraverso la raccolta di testimonianze  di persone che abbiano vissuto in quel periodo nei quartieri della Tiburtina e non solo. 

Tale percorso di ricerca-azione sarebbe stato preceduto e accompagnato dalla formazione autobiografica di un gruppo di lavoro, con la partecipazione ad uno specifico laboratorio secondo il metodo della Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari (Arezzo). Ogni partecipante avrebbe realizzato uno scritto autobiografico in cui fossero compresi i ricordi di un libro o un film di Pasolini. In marzo, alla conferenza di presentazione alla Casa di Pasolini in via Giovanni Tagliere, a Ponte Mammolo, il gruppo di lavoro che avrebbe animato il laboratorio autobiografico era già costituito: Francesco Mancuso, Morena Coppola, Carlo Mariotti, Alessandro Alfieri, Luana Morgilli, Emilia De Santis, Emanuele Maraschini,  Giovanni D’Alfonso, Cristina D’Andrea, Giovanni Sciascia, Duccio Andreini ed altri. Si trattava di una decina di persone, giovani con poca conoscenza di Pasolini, alcuni perplessi e scettici, altri meno giovani che avevano incontrato le opere di Pasolini, “indirizzando” le loro azioni giovanili… È stato un gruppo eclettico a varie voci e velocità, persone straordinarie, per alcuni aspetti. Il progetto prevedeva che il laboratorio autobiografico si sarebbe articolato in quattro incontri ma si erano manifestate alcune criticità, qualche dubbio e, alla fine, ce ne sono stati il doppio. 

Il primo problema che ha messo in difficoltà il laboratorio è stato la “scoperta” della molteplicità pasoliniana: lo scrittore, il regista, il poeta, il polemista, il giornalista, l’ inquieto vate del suo tempo, un po’ comunista, un po’ alla ricerca del cristianesimo ingenuo, un po’ immerso in una “vita difficile”, questa sua molteplicità ha costretto ognuno a proiettarsi in almeno alcuni di essi, interrogando le “falde del proprio passato”, scoprendo così che coincidevano “inesorabilmente” con le fasi più importanti della vita di ciascuno. Questa “scoperta” ha indicato al laboratorio che il proprio lavoro doveva partire proprio da una introspezione autobiografica.

Il secondo problema è stato quello della ricerca del “traduttore” perché i linguaggi diversi che si erano incontrati potessero “intendersi”.

Poi tutto si è improvvisamente sciolto in un’appassionato scambio di conoscenze, di domande, di “scavi archeologici dentro la propria legge morale”, che ha permesso a ognuno di crescere. Poi, man mano, si è dipanato un clima solidale, di fiducia, di amicizia, che ha consentito di lavorare intensamente alla produzione degli eventi richiesti.

Così il laboratorio ha cominciato a lavorare sulla ricerca dell’incontro tra sé e la figura e le opere di Pasolini. Ognuno scrisse in 600 parole il suo “primo” incontro con “Pasolini”, decidemmo quel numero perché “un diversamente anziano” raccontò che in quel numero di parole scrisse il suo intervento riprendendo i temi pasoliniani dell’omologazione e del bisogno di indignazione al congresso di scioglimento del PCI.

Ognuno lesse le “memorie” degli altri e già nel secondo incontro si decise di scrivere la propria Lettera a Pasolini. Tutti condivisero questa fase del laboratorio con stupore e meraviglia.

Avevamo imboccato la strada giusta e convenimmo di presentare, il giorno dell’evento pubblico di restituzione, i tanti volti con cui Pasolini ha esercitato la sua critica sociale e politica, e realizzato opere di grande poesia come scrittore e come regista cinematografico, per poi cercare il filo di Arianna  capace di tenerli insieme, e questo attraverso voci narranti che dovevano consegnare ai presenti la lettura delle 600 parole e della Lettera a Pasolini. 

Insomma, il laboratorio ha tirato fuori tutte le sue risorse, è letteralmente “esploso” di suggestioni e voglia di fare: attraverso la serendipità ciascuno ha scoperto e condiviso nuovi significati, talvolta non direttamente connessi alla nostra ricerca. 

L’Incontro di medio termine del Laboratorio autobiografico si è svolto il 20 aprile 2010 presso la Biblioteca Vaccheria Nardi dove era stata allestita una mostra di articoli di giornali pubblicati in occasione dei tre decennali dalla morte di Pasolini. Cinque minuti ciascuno per narrare di sé e Pasolini, insieme a letture di poesie e brani dei suoi libri, dei suoi saggi, da parte di Marisa Giampietro e Rita Chiaramonte, insieme a montaggi dei suoi film, di documentari, fotografie: il tutto accompagnato dalla chitarra classica di Emanuele Maraschini. Duccio Andreini ha dato il suo contributo artistico con due ritratti di Pasolini (un quadro e una scultura).

E’ stato un incontro denso di emozioni, tacevano anche i telefonini e alla fine un applauso forte, denso, a consegnarci soddisfazione, allegria… 

Subito è cominciata una nuova fase del nostro lavoro! Ognuno si prese l’onere “e l’onore” di realizzare un’intervista a persone fortemente coinvolte, in qualche modo, con i tempi, la figura e le opere di Pasolini. Aspiranti giornalisti, apprendisti stregoni della ricerca autobiografica: il gruppo di lavoro, registratore in mano, ha raccolto dieci testimonianze di:

Marisa Marcellino, Comitato di Quartiere Tiburtino III  
Claudio Calcaterra cugino dei Citti 
Silvio Cinque, bibliotecario 
Francesco Fiorenza, insegnante in pensione 
Maurizio Carrassi, regista di “Siamo tutti in pericolo”  
Luisa Di Mario, insegnante in pensione 
Silvia Riposati, insegnante in pensione 
Duccio Andreini, pittore 
Mario Pietroletti, tipografo in pensione, pittore. 
Morena Coppola, poetessa

Poi si è lavorato per “estrarre” da ogni testo le osservazioni, le note, le parole più dense, raccogliendole in cinque punti chiave:

1. Il primo incontro con la figura di Pasolini 
2. L’attualità del pensiero di Pasolini 
3. La morte di Pasolini 
4. La sacralità/religiosità nei lavori di Pasolini 
5. L’omosessualità di Pasolini.

Occorreva provare l’effetto della lettura dei brani intervallati dalla chitarra di Emanuele. Il laboratorio passò così un pomeriggio nella piazzetta dell’eremo di Montevirginio, tra boschi e cielo blu, tutti insieme a provare e riprovare toni, effetto, connessioni tra quel brano e l’altro… a constatare con meraviglia la ricchezza e la complessità del lavoro che avevamo svolto. 

Incontro di restituzione - Centro di Cultura ecologica - 6 giugno 2010 
Non sarebbe stato sufficiente una sola occasione per dare l’idea del percorso che avevamo compiuto perciò decidemmo di programmare il primo degli incontri per restituire, emozionati e appassionati, ai presenti il nostro lavoro. Ancora silenzi sociali, sensi attenti, posture “immobili”, un clima di condivisione e partecipazione senza retorica, pieno di sguardi fascinati e riconoscenti. L’incontro si è concluso con la proiezione del cortometraggio “Siamo tutti in pericolo” e l’intervento dell’autore Maurizio Carrassi. 

Incontro di restituzione - Centro di Cultura ecologica – 11 giugno 2010 
Ed eccoci ancora insieme a immaginare, per l'11 giugno, la giornata della restituzione di una Lettera a Pasolini particolarmente densa, scritta durante il laboratorio e dedicare un pomeriggio a leggerla, a scandire il tempo della sua lettura, a immaginare gli stacchi musicali di Emanuele. È la Lettera a PPP di Francesco Mancuso letta dalle voci tese e partecipi di Luana Morgilli e Marisa Giampietro. La proiezione del film di Ivo Barnabò Micheli “A futura memoria”, ha concluso l’incontro. 

Ora siamo pronti: abbiamo filmato gli incontri, abbiamo raccolto i materiali cartacei, documenti e immagini… Vorremmo raccogliere tutto ciò in un libro e in un documentario che restituisca le giornate pubbliche del progetto e, a questo fine, chiediamo il sostegno e il contributo del Municipio Roma 5.