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2019-06-24 13:26:00

Storie di vita e di giardini. Appunti di ecologia narrativa

(Giovanni D’Alfonso)

Durante il laboratorio autobiografico dedicato al Giardino, da me condotto nella Biblioteca Vaccheria Nardi di Roma, ci siamo chiesti che cosa  rappresenti un giardino per ciascuno di noi. Le risposte non sono state univoche. Per sollecitare la riflessione e la scrittura dei partecipanti si è provato a individuarle meglio attraverso la lettura di alcuni testi come, ad esempio, E il giardino creò l’uomo*

(…) Finché ci saranno essere umani che cercano di rinnovare un dialogo con la natura, ci saranno veri giardini, e quindi una speranza. Sopravvivranno come luoghi di dissenso. Non hanno già adesso questo ruolo, che non avrebbero mai pensato di dover sostenere?

Il giardino non è mai perduto. Così, essendo troppo vecchio per credere nelle rivoluzioni, non avendo mai avuto gusto per i manifesti politici, io non raccomando che una forma di ribellione: il giardinaggio. Fate giardini! Veri giardini, naturalmente, luoghi indomiti, fuori legge. Io che sono sempre stato allergico alla civiltà, con questo sangue di barbaro dell’estremo nord che mi scorre nelle vene, ho curato un giardino selvatico. Voi scegliete lo stile che vi si confà. Tracciate il vostro disegno sulla faccia della terra, che si presta sempre volentieri ai sogni dell’uomo, piantate un giardino e prendetevene cura. E proteggete anche quelli che restano e resistono, i vecchi luoghi abitati dalle piante che arrivano da lontano e continuano a sognare, nonostante l’insensato baccano che li circonda. Lavorate con i poeti, i maghi, i danzatori e tutti gli altri artigiani dell’invisibile per rimettere al suo posto il mistero del mondo. (…)

 Alla fine del percorso ogni partecipante ha raccontato il proprio giardino così come ciascuno lo aveva interiorizzato: metafora della vita e dello stare al mondo. Così scrive lo scrittore portoghese Josè Saramago:

 Sono nipote di un uomo che, presentendo che la morte lo attendeva all' ospedale dove lo stavano portando, scese nell' orto e andò a dire addio agli alberi che aveva piantato e curato, piangendo e abbracciando ognuno di essi, come se di esseri amati si fosse trattato. (…) Questo episodio è accaduto, è reale, non è frutto della mia immaginazione. In tanti anni, non avevo mai sentito uscire dalla bocca di mio nonno parola alcuna sugli alberi in generale, e su quelli in particolare, che non fosse motivata da ragioni pratiche. Inoltre, non avrei potuto immaginare, nessuno avrebbe potuto immaginarlo, che l' ultima manifestazione cosciente della personalità del vecchio uomo avrebbe toccato la linea del sublime. Eppure accadde. Non saprò mai cosa mosse lo spirito di mio nonno in quell' ora estrema, cosa pensò e provò, quale chiamata urgente guidò i suoi passi insicuri fino agli alberi che lo aspettavano. Forse sapeva che gli alberi non possono muoversi, che sono legati alla terra dalle radici e che da queste non possono separarsi, se non per morire. Nel fondo del suo cuore, forse mio nonno sapeva, di un sapere misterioso, difficile da esprimere con le parole, che la vita della terra e degli alberi è una sola vita. Né possono gli alberi vivere senza la terra, né può la terra vivere senza gli alberi. (…)**

 Evidentemente il giardino è anche uno spazio interiore, un luogo dell’anima che si racconta e che ci parla di chi se ne è preso cura. La psicoterapeuta  Ruth Ammann*** così ricorda il giardino dei nonni.  

 Da ragazzina trascorrevo le vacanze estive, insieme ai miei fratelli, cugini e cugine, dai nostri nonni in campagna, in un giardino paradisiaco che però dava un gran lavoro e in cui anche noi bambini dovevamo dare una mano. Al momento della colazione, il nonno leggeva sempre il giornale, finché non arrivavano le cinciallegre a disturbarlo. Sapevano che aveva sempre con sé dei pinoli e facevano sarabanda intorno a lui finché non gli avevano beccato l’ultimo pinolo dalle mani. Poi lui si alzava e mi diceva: “Vieni andiamo in giardino!” Io sapevo bene che voleva andare fino alla piccola casa dove fiorivano i tanti garofanini che spandevano in lontananza il loro buon profumo. E così da bambina attraversavo il giardino insieme a quel gigante che era mio nonno, e imparavo un sacco di cose su fiori, erbe e alberi. Il  suo albero favorito era uno stupendo melo cotogno tutto bitorzoluto, il cui significato mi si chiarì solo molti anni più tardi, quando mi apparve in sogno.

In questo sogno mi trovavo di nuovo nel giardino dei miei nonni; la casa era appena stata abbattuta ma il giardino era rimasto intatto. Il mio compito era quello di conservare l’albero di mele cotogne di mio nonno e la collezione di disegni di bambini malati che lui aveva raccolto nel periodo in cui lavorava come medico all’ospedale infantile.(…) 

 

Alcuni dei partecipanti al laboratorio hanno avuto anche la possibilità di seguire un breve corso di giardinaggio e realizzare un’aiuola fiorita in un’area della biblioteca, altri hanno avuto un’occasione stimolante di approfondimento partecipando al Convegno nazionale di Ecologia narrativa “Raccontare la terra, la terra si racconta” che si è tenuto ad Anghiari (Ar), nel maggio scorso.

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*Jorn de Precy, E il giardino creò l’uomo. Un manifesto ribelle per filosofi giardinieri, a cura di Marco Martella,  Ponte alle Grazie, 2012.  Marco Martella è uno storico dei giardini. Vive e lavora a Parigi, dove ha fondato nel 2010 la rivista Jardins (editions du Sandre) sulla filosofia e sulla poetica del giardino.

**Josè Saramago, Quel vecchio uomo che abbracciava gli alberi, la Repubblica, 17 – 6 – 2006) 

*** Ruth Ammann Il giardino come spazio interiore, Bollati Boringhieri, 2008


 

Promosso dalla Libera Università dell’Autobiografia, il convegno con i numerosi contributi e testimonianze, tra cui l’importante intervento di Vandana Shiva*, ha messo in evidenza le molteplici relazioni e declinazioni che legano l’esistenza di donne e uomini con la Natura, il tempo, le stagioni  e i paesaggi: è questo, in sintesi, l’orizzonte dell’ecologia narrativa.

A conclusione del convegno  è stata annunciata la creazione di una Scuola per consulenti in ecologia narrativa**, per formare operatori in grado di offrire - alle scuole, ai servizi socio-sanitari e di cura, alle biblioteche e ad ogni altra organizzazione che si occupi di educazione ambientale e di tutela del patrimonio paesaggistico - idee, progetti, interventi per la diffusione della cultura ecologica. Il corso di base seguirà la metodologia della narrazione e della scrittura di sé a salvaguardia delle memorie del lavoro contadino, parallelamente ad approfondimenti in campo ecologico e agro-alimentare. Dopo una valutazione delle competenze acquisite, la scuola offrirà ai consulenti, almeno tre percorsi avanzati: Orto e garden therapy (peroperatori della salute); Filosofia della natura (perinsegnanti della scuole superiori e operatori culturali); Animazione eco-narrativa (pereducatori, genitori, animatori, pedagogisti).

 

La presenza al convegno di Vandana Shiva, fondatrice del movimento Navdanya (in hindi Nove semi), ha contribuito a focalizzare meglio i temi del sottosviluppo, di un’agricoltura sostenibile e della globalizzazione.  Ma la mia attenzione è stata richiamata particolarmente dagli interventi sui giardini e gli orti urbani.

Di grande interesse è stata l’esposizione del  giardino terapeutico realizzato dall’arch. Monica Botta  presso la Casa di Riposo di Bellinzago Novarese, ispirandosi all’esperienza degli healing gardens.  

Nel 2006 il giardino esistente intorno alla Casa protetta era “privo di qualsiasi pavimentazione, percorso o accesso al verde (… ), anche se esistevano zoneombrosegià godibili”; Il progetto di trasformazione è iniziato dalla creazione di una Terrazza verde e di un Percorso storico-sensoriale che hanno consentito il recupero di alcuni spazi adiacenti all’edificio, all’ingresso e alle zone giorno, arricchendoli con aiuole colorate e profumate dove gli ospiti anziani possono passeggiare e sostare con i parenti. “Lungo il percorso, inoltre, sono stati posizionati antichi attrezzi agricoli con il nome scritto in italiano e nella forma dialettale per creare motivo di conversazione e rimandi alla memoria storica” (p.27) ***. Più importante, dal punto di vista terapeutico, è stata la progettazione e realizzazione di un Orto dei Semplici e di un percorso, dove persone con diverse forme di fragilità e di differente età,  con la supervisione di operatori sanitari, agronomi ed educatori, possono usufruire di spazi verdi attrezzati per attività motorie, fisioterapiche e di ortocultura, ricevendone benefici rilevanti.  

In definitiva è emerso con maggiore chiarezza che prendersi cura del giardino e dell’orto può avere esiti anche  terapeutici sia  per chi vi è coinvolto attivamente sia per chi soltanto li frequenta, anziani, giovani coppie, bambini, con i sensi pronti ad accogliere odori, colori, sapori…

 

Le esperienze descritte finora mi hanno indotto a conoscere meglio il movimento per la creazione e lo sviluppo degli orti urbani a Roma che già nel 2010 rappresentavano una realtà affermata in varie zone della città, come si può leggere nel sito dell’Eco della Città (http://www.ecodallecitta.it/notizie.php?id=104253). 

 

Vecchi parchi abbandonati, giardini degradati e infestati dalle erbacce: sono oltre 100 le aree verdi che a Roma sono state recuperate da cittadini e associazioni per essere trasformate in orti urbani condivisi, oppure in spazi pubblici di gioco e di ritrovo. Un censimento del Comune di Roma ne aveva individuate 65, mentre altre 50 sono state inserite dalla società di architettura e urbanistica Studiouap nella mappa “Zappata romana”.

Esempi sono ormai presenti in ogni parte della capitale: a San Lorenzo un piccolo appezzamento privato è stato trasformato da tre associazioni in un'area pubblica con parco giochi, e orto urbano; alla Garbatella, i cittadini coltivano degli orti collettivi in un'area vicina alla sede della Regione Lazio, ma altri parchi urbani e piccoli orti comunitari sono stati realizzati anche a Centocelle, sull'Ardeatina e nella zone del Forte Prenestino, dove un'area verde che si trovava in stato di abbandono è stata riqualificata grazie al contributo del Centro anziani, dell'Associazione Tandereig che lavora con gli adolescenti e del Centro sociale “Forte Prenestino”. Nell'ex parco abbandonato ora esistono un orto didattico, un'area gioco e uno spazio destinato alla messa in scena di spettacoli.

Roma sembra dunque finalmente avviata a seguire l'esempio di altre grandi città europee, come Parigi, dove esistono regole precise e universali per l'affidamento di aree abbandonate ad associazioni e comitati civici. Il Comune ha infatti stipulato una convenzione con le associazioni, per concedere loro in uso i terreni inutilizzati per sei anni. È sempre il Comune che fornisce l'acqua per l'irrigazione e il terriccio vegetale necessario per mettere a dimora le colture, mentre i cittadini garantiscono l'apertura del giardino per almeno due mezze giornate alla settimana e l'ospitalità di iniziative pubbliche. Un esempio che si spera venga presto seguito.

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*Gli  Atti del Convegno  sono visibili nella pagina web: http://www.lua.it/index.php?option=com_content&task=category&sectionid=4&id=62&Itemid=34  

Vandana Shiva (1952) Fisica, attivista politica e ambientalista, si è battuta per cambiare pratiche e paradigmi nell'agricoltura e nell'alimentazione; si è occupata anche dei diritti sulla proprietà intellettuale, di biodiversità, biotecnologie, bioetica, ingegneria genetica. 

**Cfr. tali relazioni assumono per ciascuno di noi nel corso della propria vita: per perseguire questo obiettivo è stata istituita la SCUOLA DI ECONARRAZIONE  http://www.lua.it/raccontarelaterra/ 

 

***Monica Botta, Healing Garden. Giardino terapeutico per anziani, disabili, bambini. Percorso storico-sensoriale, terrazza verde,

 Orto dei Semplici, percorso fisioterapeutico, Editrice E-volution. 2012
Nel Parco di Aguzzano,  tra la via Tiburtina e la via Nomentana di Roma,  è stato realizzato quest’anno un Orto Giardino in un’area individuata nei pressi del Centro di Cultura Ecologica*.  

Stefano Petrella e Francesca Cau, coordinatori del progetto, mi hanno raccontato le varie fasi di realizzazione e il grande interesse suscitato tra gli abitanti della zona. Dopo l’approvazione da parte del  Comune di Roma, si è proceduto all’assegnazione, alle prime cento persone in graduatoria, di lotti individuali di 16 mq. Inoltre è stata creato un settore,  curato da 23 persone, denominato orto sinergico.

Durante la visita all’orto, accompagnato da Pasquale e Paolo, due degli assegnatari,  ho raccolto  alcune testimonianze da cui emergono i molti elementi positivi di questo progetto: la socializzazione delle esperienze fra persone di età e condizioni diverse, l’esercizio fisico, la coltivazione biologica di ortaggi per uso familiare e, non ultimo, la tutela dell’ambiente e del paesaggio di questo lembo dell’Agro romano. 

 

Riporto di seguito il racconto autobiografico di Paolo Cinque con cui mi sono piacevolmente intrattenuto e che ringrazio per lo scritto che ha voluto inviarmi.  

  

 

Breve autobiografia in forma di orto

 

L’orto della mia biografia ha due radici, una nascosta ed una più superficiale, entrambe essenziali.

Dalla nascita fin quasi al termine della Scuola Media sono vissuto in Libia, in una regione agricola pre-sahariana a forte presenza italiana, ad una quarantina di chilometri dalla città di Tripoli. Quei campi e orti fanno parte dell’immaginario della mia memoria, così come le persone che ho frequentato, provenienti dalle più diverse regioni d’Italia: i miei parenti stretti non erano contadini ma quasi tutti contadini erano le persone che vedevo, e i loro figli sono stati miei compagni di scuola, almeno fino a tutte le elementari. Fra questi adulti, un amico di mio padre, un uomo solitario che si occupava di agronomia con una passione ed una maestria per me singolari: lo ricordo mentre girovagava per i campi ad innestare gli olivi, la cui piantumazione in enormi estensioni di uliveto aveva lui stesso organizzato, credo nell’ambito del Ministero per le Colonie e, successivamente, per la FAO. L’amicizia tra lui e mio padre si trasmise anche ai figli e dura tutt’ora. Alcune tra le mie attività non occasionali – ma non obbligatorie – erano legate alla cura dell’orto o del giardino e i piaceri del palato o i profumi più intensi sono legati ai prodotti di quella particolare campagna. Non per nulla il mio paese d’origine, dopo la prima denominazione fascista di Villaggio Bianchi, si chiamava Azzahra, un nome arabo che significa Fiore d’arancio (la Zàgara siciliana). E ancora, durante gli anni del collegio, il frate francescano tollerava che me ne andassi per i sentieri dei campi dell’istituto e che mi soffermassi nella stalla o nel pollaio.

In Italia, la città ha come seppellito questo mondo consegnandolo ad una memoria quasi proustiana ma insospettatamente vigile non appena si andava per campi: la cosa ha probabilmente contributo a sostanziare l’attenzione dell’adolescente per tutto ciò che riguardasse la vita del sottobosco (sapevo che cosa fossero l’oasi o i datteri ma non avevo quasi mai visto frutti come fragole, lamponi, mirtilli, per non parlare dei funghi, del querceto, delle abetaie, della faggeta): così, poteva capitare che, durante un’escursione dolomitica mi soffermassi spontaneamente ad osservare fiori e animali che lo splendore grandioso del paesaggio circostante riduceva al silenzio o a un bisbiglio quasi impercettibile. Ma è anche possibile che il silenzioso lavorìo del lievito nel pane della mia biografia abbia contribuito ad assomigliare il mio futuro lavoro di insegnante a quello di un seminatore di idee e a voler piantare alberi nei giardini delle scuole, là dove certi vialetti presentavano dei vuoti.

Questa è la radice profonda o, se si vuole, la parte profonda della radice.

 Alcuni anni fa, seguendo le inclinazioni ambientaliste di Valerio, figlio che stava frequentando una facoltà di Agraria e si apprestava a “riesumare” come agronomo la figura dell’agronomo della mia infanzia, mi iscrissi al Gruppo di acquisto che lui frequentava prima di me. Il Gruppo realizzava una delle tante attività di un’Associazione Culturale che prendeva il proprio nome caratteristico dalla via di accesso che collega la Via Nomentana al lato settentrionale del parco di Aguzzano: Via del Podere Rosa. Questo posto poteva essere raggiunto anche a piedi dalla mia abitazione, che sorge a ridosso del lato occidentale dello stesso Parco, lungo un percorso che già frequentavo nelle passeggiate giornaliere con Diana, indimenticabile meticcia adottata in mezzo a una strada. Entrai così nella “mailing-list” dell’Associazione e l’indirizzo deve’essere rimasto lì anche dopo l’interruzione della nostra frequenza.

Deve essere stato quel deposito informatico, però, a farmi trovare, diversi anni dopo, una mail dell’Associazione che informava di un’iniziativa appena avviata: la realizzazione di un orto urbano adiacente al parco di Aguzzano. Si sollecitava la formazione di una lista di richiedenti l’affido di una frazione, come parte della procedura di attivazione presso le autorità competenti. Per me è stato come l’emergere di un pollone dal sottosuolo: qualcosa che non era stato programmato ma che pure, aveva qualcosa di familiare. Sarei andato in pensione dopo pochi mesi, tra l’altro. Così mi decisi ad aderire, fra il divertito scetticismo di tutti i parenti e amici. … Non conoscevo nessuno se non di vista, poiché le passeggiate con il cane mi aveva fatto incontrare alcuni richiedenti, in forma del tutto anonima. Attesi lo svolgersi degli eventi senza partecipare attivamente ai lavori di preparazione e organizzazione (io mio lavoro di insegnante non mi avrebbe concesso molto, d’altra parte) fino a quando, una mattina di febbraio, assistetti al grossolano dissodamento e successivo diserbo dell’area: senza sapere quale sarebbe stata l’area assegnata, ci ritrovammo per la prima volta a ripulire superficialmente il terreno, dandoci un “lei” progressivamente sempre meno convinto. Una serie di assemblee definì alcuni tratti basilari dell’organizzazione, un regolamento, le quote, fino all’assegnazione definitiva delle aree, che vennero progressivamente e diversamente abitate durante la primavera.

E questa è stata la radice superficiale o, se si vuole, la parte superficiale della radice. La pianta è germogliata così …

 

6 novembre 2013 

 

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*Notizie più dettagliate si possono trovare nelle pagine web:

http://www.centrodiculturaecologica.it/

http://ortogiardinodiaguzzano.wordpress.com/

 

http://sinergicoaguzzano.wordpress.com/

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