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Proggetti effettuati

Municipio Roma 20 - Alla ricerca delle Galline Bianche

 

Alla ricerca delle Galline Bianche

Nel 2006 L’Associazione ha accolto la richiesta della Biblioteca “Galline Bianche” (Municipio Roma 20)  di sviluppare i temi del progetto il Paesaggio Umano e la Memoria. E’ stato qundi realizzato un laborarorio articolato in otto incontri di orientamento per la formazione autobiografica di base e un convegno conclusivo di “restituzione“ del lavoro svolto.
Agli incontri hanno partecipato utenti e della biblioteca e insegnanti di alcune scuole del territorio.
Durante gli incontri ciascuno dei partecipanti ha elaborato, con la supervisione di un esperto/facilitatore, scritture autobiografiche corredate da fotografie e condiviso l’impegno di costituire nel tempo un gruppo di ricerca sulle storie di vita e dei luoghi del territorio.

Il ruolo del facilitatore è stato quello di sollecitare la comunicazione e lo scambio all’interno del gruppo, cercando di utilizzare quanto veniva narrato per stimolare altri racconti. L’applicazione della metodologia autobiografica si è spesso intrecciata con altre ricerche, documentarie ed iconografiche. Ricorrenti sono stati i temi della casa, del cibo, del lavoro, del viaggio e dell’arrivo, del paesaggio e dei “Geni del Luogo”, che sono stati riconosciuti nelle Galline Bianche della Villa di Livia moglie dell’imperatore Augusto. Si è parlato anche di alcuni aspetti costitutivi dello stare al mondo, come il tempo, la memoria, i sensi,  l’esperienza, la conoscenza, la fiaba, il dolore, il lutto… 

Il laboratorio si è concluso con il Convegno di Restituzione presso la Biblioteca Galline Bianche il 23 novembre 2006, durante il quale sono stati mostrati i materiali iconografici raccolti e i partecipanti hanno letto il racconto della loro esperienza di cui si riportano  alcune parti significative.     

 

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La Restituzione di Alessandra

Se penso ad un diario, mi viene in  mente una scrivania in una stanza silenziosa e solitaria.

Ascoltando quanto è stato detto in questi incontri, invece, ho compreso che scrivere di sé non è una semplice valvola di sfogo delle proprie emozioni, ma ha la stessa funzione del guardarsi allo specchio: ci sistemiamo i capelli, ci aggiustiamo il make-up, ci prendiamo cura del nostro aspetto fisico. Ecco, scrivere un diario è guardarsi dentro, vedersi riflessi interiormente, per capirsi, per verificare se quello che ci sembra di noi stessi sia proprio così.

Io non amo scrivere, ho sempre sofferto della sindrome del foglio bianco, ma penso di capire oggi che il problema risiedeva nell’interlocutore. Non amavo scrivere per paura di deludere le aspettative dell’insegnante, per timore di rivelare sentimenti  e quindi mostrarmi vulnerabile. Ma non avevo riflettuto sul fatto che si può scrivere per migliorarsi e per lasciare traccia di sé raccontandosi.  Se poi si condivide il racconto, la ricchezza emotiva di condivisione che ne deriva è inestimabile.

Il sociologo inglese Galton ha dimostrato che il gruppo  lavora  meglio e  vince sempre, perché la sua intelligenza è superiore alla somma di quelle individuali. Se questo è vero a livello razionale e intellettivo, cosa potrebbe succedere nell’ambito interiore, spirituale, se si riuscisse a condividere senza sopraffare le singole individualità?

 

La Restituzione di Anna

(…) Gianna , la bibliotecaria di “Galline bianche” , mi propone di partecipare al progetto “Il paesaggio e la memoria”. Mi sembra una buona idea, sono sempre entusiasta quando incontro persone a cui piace confrontarsi.[ Ma non riesco a partecipare al primo incontro: sarò presente al secondo]. Gianni, il conduttore del laboratorio ha un viso rassicurante, una voce pacata ma chiede qualcosa che per me è impossibile: ricordare. Mi colpisce una sua frase : “senza memoria non c’è identità”. Chissà allora dov’è la mia identità ? Ci chiede poi cosa evocano in noi le parole: “casa” “paesaggio” e questo scatena tra le partecipanti una serie di ricordi più o meno piacevoli: case accoglienti, cibi ben confezionati la cui preparazione richiede giorni e giorni, fiabe raccontate da nonne, vestitini che non piacciono ma che alla fine vengono comunque indossati. Sono imbarazzata, mi sento un pesce fuor d’acqua, a disagio. Faccio fatica a ricordare forse perché nella mia famiglia d’origine, dove l’imperativo era DEVI, non c’era comunicazione. Alle malattie, ai lutti, alle difficoltà si rispondeva col silenzio. I problemi non venivano affrontati, sviscerati e magari risolti insieme, erano tuoi ed era anche meglio che non ne parlassi mai con nessuno. Non se ne parlava, quindi, secondo loro, non esistevano. 

E’ giugno, fa tanto caldo e sono molto stanca. Gianni ci fa ascoltare qualcosa in napoletano che tutti sembrano capire tranne me e poi c’è il racconto della preparazione del ragù che richiede una giornata intera. Mi sembra tempo sprecato, per me il cibo è stato solo una questione di sopravvivenza, è troppo, mostro chiari segni di insofferenza. Ci vengono  assegnati  i “compiti per le vacanze”: la fiaba della nostra vita e il cibo della nostra infanzia. Esco dall’incontro decisa che stavolta non scrivo proprio un bel niente.

Sono in vacanza al mare e mi ritrovo a ripensare a questo incontro e alla fiaba. Questa parola ha sempre avuto un effetto taumaturgico su di me, le adoro, raccontarle ed ascoltarle. Senza pensarci la scrivo di getto, mi piace e sono anche soddisfatta e decido che la porterò al prossimo incontro. Gianna non ha scritto la fiaba, dice di non avere fantasia, ma il suo racconto sul cibo è molto divertente e mostra la sua solarità. Quasi quasi mi fa venire voglia di imparare a cucinare…

Sento che qualcosa è cambiato in me, c’è empatia tra noi, ognuno sta mostrando agli altri qualcosa di sé e credo che insieme potremo costruire qualcosa di bello, di multicolore. Sono contenta di esserci.

 

L’Arrivo di Alessandra

Se penso al mio arrivo nel quartiere, ne ho un ricordo sia doloroso che positivo., come un frutto aspro dal cuore dolce. Stiamo parlando della bellezza di quasi ventidue anni fa e all’inizio non riuscivo nemmeno a capire in che parte di Roma mi trovassi: venivo da Roma sud,  una zona centrale, dove ero nata e vissuta per trent’anni. Ero sola con mio marito e le bambine (una appena nata) e non conoscevo nessuno, con un traumatico  taglio di cordone ombelicale dalla famiglia di origine. Per un anno intero siamo rimasti senza telefono (cosa inconcepibile oggi in tempo di telefonini onnipresenti) e a grande distanza dal capolinea più vicino. Ho avuto tempo di adattarmi alla nuova situazione grazie al periodo di maternità e alla mia naturale disposizione a valorizzare gli aspetti positivi delle situazioni. Per prima cosa ho apprezzato l’atmosfera quasi paesana della zona: il saluto delle persone anche sconosciute, il senso di appartenenza ad una comunità anche entrando all’ufficio postale. Poi mi sono resa conto di non poter più sopportare la grande folla della zona centrale e di amare sempre più questo quartiere dove si vede un cielo meno grigio, il rincorrersi delle stagioni, dove si respira un’aria più pulita. Anch’io mi sento parte di questo flusso di arrivi: dalla Calabria, dall’Abruzzo un tempo e dal resto del mondo oggi. E’ come un mosaico in continuo mutamento, con sempre nuovi tasselli che aggiungono qualcosa di piccolo che influisce sulla visione d’insieme. Ecco, spero proprio questo per me: di essere un piccolo tassello che possa avere la sua funzione insieme agli altri.

 

Il Racconto di Laura

L’ho conosciuta una mattina, un giorno come tanti né freddo né caldo, di un ottobre col sole e le nuvole come tanti.

Io ero lì, nella mia nuova casa grande,  bella e nella mia nuova vita ancora più grande e ancora più bella.

Ferma, in silenzio, la guardavo. Non tremavo ma avevo le mani gelate, sentivo il sangue scorrere veloce e il respiro farsi breve. Lei mi fissava, rideva anzi sembrava sorridere ma non si muoveva:  era lì ferma, immobile, attaccata a quel cartoncino lucido colorato. Era piccola ma più la guardavo più diventava grande e vicina.

La sera spesso provavo a parlarle, quando eravamo noi due sole, lontane e vicine nello stesso ricordo, però io non la sentivo ancora. Era tanto difficile, come in uno strano gioco la sua immagine appariva, mi guardava dentro, spariva e poi ritornava e io avevo il timore di non riuscire più a vederla bene, non abbastanza per ascoltarla, per sentire ancora quelle mani gelate ma ferme.  Una notte fredda d’inverno ho conosciuto la sua voce, lontana incerta ma viva, mi chiamava piano, quasi un sibilo, ma ho sentito tutta la sua forza; era la prima volta che l’ascoltavo e che riuscivo a sentirla. Non era più solo un cartoncino colorato! C’era,  era proprio lei!

Ancora oggi a volte quando mi chiama provo la stessa calda emozione e ancora adesso gli stessi timori, il desiderio di ascoltarla, la voglia di non interrompere la magia. Notti ad aspettare, notti a contare, a pensare, immaginare, sognare.

Poi quel giorno, il grande giorno! Così lontano e così vicino perché non esisteva più il tempo, lo spazio,  le distanze ma solo l’arrivo.

Lei ancora lassù lontana. Ancora una volta nascosta tra la nebbia io su quella strada dritta e veloce percorrevo uno spazio immenso in un tempo brevissimo per incontrarci. E poi eccoti qui…

La paura di guardarti, la voglia di toccarti, di sentirti, di conoscerti e ancora la paura di non piacerti, di deluderti di farti male e la voglia di amarti. Io madre e tu figlia. Quel giorno come oggi ancora gli stessi timori che riempiono le nostre vite. Giorni fatti di sì, di no, di ma, di se e ancora di perché, di risposte mai trovate per la paura di cercarle o forse per il coraggio di fermarci, per quella forza che noi abbiamo imparato, giorno dopo giorno , ad avere dentro, per quel nodo che sale dalle viscere e che ci lega in un intreccio senza inizio, ci unisce,  ci ferisce e ci segna l’anima quando non ci sono risposte alle domande, alle urla, ai silenzi.

Dove sto andando? Non devo e non posso portarti  ancora con me. Me lo ripeto continuamente, quasi a convincermi che vorrei saperti più lontana , come la prima volta per poi ritrovarti dentro.

 

L’Arrivo di Donatella: La strada che va dalle Galline Bianche.


 (…)L’imprevista interruzione della linea ferroviaria per me ha rappresentato l’occasione di scoprire una zona di cui conoscevo solo la biblioteca. Insomma diventavo una specie inedita di pendolare e una viaggiatrice di un genere non convenzionale alla scoperta non dei classici luoghi turistici della nostra città, ma di territori posti fuori dal centro e fuori dall’anello del raccordo(…). Con il treno potevo letteralmente saltare e ignorare la campagna disordinatamente urbanizzata dall’abusivismo edilizio, via romana alla dimensione di città deumanizzata contemporanea al centro dell’attenzione di tanti fotografi e urbanisti.

La prima cura del ferro(…) ha modificato lungamente abitudini consolidate del corpo e della mente. Per la prima e unica volta nella storia di Cesano e Labaro, infatti, gli abitanti sono stati in collegamento con una forma di trasporto pubblico, una sorta di “navetta” che percorreva un lungo tratto parallelo al raccordo senza tagliarlo.

In quel periodo l’ho utilizzata spesso. Mi concentravo sul paesaggio che veniva incontro ai miei occhi: era pieno di ferite provocate da quel modo brutto di costruire edifici per uso privato(…) . Vedere quelle distanze ha rappresentato l’occasione di cominciare a comprendere tanto pensiero urbanistico contemporaneo sulla città infinita e sulla trasformazione del paesaggio all’insegna del tradimento del buon uso degli antichi, del quale per altro sono rimaste tracce non banali proprio a Prima Porta. E tuttavia, l’esperienza dello sguardo prodotta dal viaggio imprevisto verso Labaro mi ha donato anche la curiosità di inseguire le linee delle strade e i profili delle case lungo via della Giustiniana: i corpi asimmetrici delle case, la varietà disordinata di colori e materiali, l’ardita geometria degli assi viari incuneati tra edifici e garage. In altre parole: la ricchezza creativa e informale che per qualche architetto del secolo scorso costituisce la specifica bellezza delle città mediterranee, e che il nuovo Piano Regolatore Generale in pochi anni avrebbe ricondotto dentro un contesto dotato di senso. Ovvero, nominare quelle borgate come parte della città consolidata (…).

 

Il Cibo di Gianna

La memoria della mia vita e la storia della mia famiglia sono legate strettamente al cibo.

Gli album di fotografie sono in pratica una vetrina di pranzi e cene in famiglia, ricorrenze di compleanni, pranzi al ristorante, picnic fuori porta, matrimoni, cresime, comunioni, e quant’altro possa venire in mente(…).

Io del resto, senza modestia, sono un’ottima cuoca ma il mio saper sapere cucinare è fortemente legato alla mia storia e alla mia memoria. (…) Mia nonna, cucina lombarda e romana,  che confezionava da sempre i miei piatti preferiti: tortellini, pasta e ceci, bistecche, coniglio con  le patate, crepes con le marmellate. Tutti i piatti erano perennemente innaffiati delle sue lacrime di disperazione per un figlio, mio padre, che non era proprio  né un buon figlio, né un buon marito e tauto meno un buon padre. L’altra mia nonna, cucina veneta, arrosti. Dalla madre del mio primo fidanzato e amica di famiglia, ho appreso i rudimenti di una cucina più elaborata e fantasiosa. Mia suocera, cucina ligure, minestre e frittate indimenticabili, piatti romani: fagioli con le cotenne del prosciutto, trippa, coda alla vaccinara, Da mia madre, molto scarsa in cucina, ho imparato a cucinare la pajata, piatto tipico romano, uno dei miei preferiti, e polpette. Nell’ultima parte della vita, sempre mia madre, ha imparato a cucinare qualche piatto di pesce che riesce  confezionare in maniera egregia. Ma la persona che più mi ha trasmesso il suo amore per la cucina, è stata la madre del mio secondo fidanzato. Si chiamava Teresa. Nella sua cucina eravamo come due amiche: ci scambiavamo storie, confidenze, risate, dolori. A lei sono legati i ricordi più belli e dolci della mia vita. Avverto gli odori ed il calore di quella casa in inverno, il freddo e la nebbia intensa del Piave, quasi da sembrare pioggia. (…) Quando cucinava i suoi piatti erano perfetti ma soprattutto i piatti erano il frutto dell’amore(…) Da lei questo ho imparato ed appreso: le tecniche di preparazione anche di piatti complessi e l’amore nel prepararli e servirli. Nelle pause ci fumavano una sigaretta  al grido di “porco boia ce la siamo meritata”.

Siamo state insieme fino alla fine della sua vita.  E di cibo abbiamo sempre parlato anche quando non era più la mia futura suocera. Anche quando mi sono sposata era sempre una grande gioia rivederci e stare insieme anche con mio marito, al quale preparava sempre il baccalà in tutti i modi possibili, sapendo il suo grande amore per questi piatti. Da Roma spesso la chiamavo se avevo dei dubbi su come cucinare una pietanza o per chiedere spiegazioni di alcune cotture.

Mi è sembrato strano negli ultimi tempi quando sono andata a trovarla rivederla in ospedale, ormai malata, fuori dalla sua cucina, lontana dalle sue pentole. Ed insieme ricordavamo quel periodo passato insieme. Lei una donna  adulta della stessa età che io ho oggi, io una ragazza appena alle soglie di una vita adulta.

Lei, Teresa, il ricordo della mia spensierata giovinezza.

 

 

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