Ultime Notizie

No articles are found!

Area Login

Iscrizione newsletter

Per ricevere la nostra Newsletter inserisci la tua mail e premi OK

Abbiamo 15 visitatori e nessun utente online

688574
Today
Yesterday
This Week
Last Week
This Month
Last Month
All days
83
146
1768
398182
3982
4327
688574
Your IP: 54.226.73.255
2019-04-19 06:44:43

Laboratorio ottobre 2005 - febbraio 2006

Il risultato positivo del laboratorio che si era concluso il 16 giugno del 2005, aveva suscitato un lusinghiero interesse nei confronti del metodo autobiografico. A ciò aveva contribuito anche il rapporto di collaborazione con il Liceo scientifico Benedetto Croce e la convenzione con la facoltà di Psicologia dell’Università “La Sapienza” per il tirocinio degli studenti.

La formazione di un nuovo gruppo di aspiranti autobiografi non fu quindi difficile: ne fecero parte  due ex insegnanti, un medico provinciale in pensione, una fisioterapista, un’assistente domiciiaire, una ex dipendente dell’Alitalia, sei studenti di Psicologia di cui tre in tirocinio.

Il laboratorio, articolato in nove incontri, fu nuovamente denominato “Paesaggi di un’autobiografia. Autobiografie di un paesaggio” vide la partecipazione di una maestra di Tai Chi Chuan e di un esperto di problemi del lavoro. Il nostro percorso iniziò il 5 ottobre e si concluse con un incontro di restituzione che si tenne, il 22 febbraio dl 2006, nel Liceo Scientifico “Benedetto Croce” dove è depositata la sezione bibliografica della Mnemoteca Mozart. Di seguito riportiamo una selezione di brani letti in quella occasione.

 

La restituzione di Marisa

Riprendo in mano, dopo più di due mesi, quanto scritto durante il seminario a proposito dell’esperienza che andavo facendo. Rispetto ad allora ho più elementi per fare un bilancio di quanto si è fatto e di quel che per me ha significato.

Per quel che mi riguarda, è indubbio che l’esperienza mi ha arricchito – io sono di quelli che ritengono che tutte le esperienze , persino quelle negative, che ci risparmieremmo volentieri se solo potessimo, sono comunque importanti e ci lasciano diversi da come eravamo prima.

Questa, in particolare, ha fatto riaffiorare in me cose sopite o rimosse, proprio grazie alle sollecitazioni di Gianni, ai racconti degli altri e alle riflessioni del gruppo in margine a quei racconti. Sicuramente mi hanno, più di una volta, consentito di spostare il mio punto di vista, di realizzare una sorta di sdoppiamento, che mi ha permesso di accogliere nuovi parametri di valutazione e di rivedere la stessa mia storia alla luce di nuove scoperte e di possibili altre interpretazioni.

Inoltre il ricordare- inteso come operazione consapevole e guidata- ha potenziato il bacino dei ricordi che fluttuano come un magma indistinto nella mente, ha attivato capacità selettive e di “ripescaggio” e ha prodotto in quel periodo una più intensa attività onirica (almeno a me così è parso) sicché al mattino mi svegliavo  con la testa piena di sogni destinati purtroppo ad essere presto dimenticati.

Altra componente presente nel ricordare e nel raccontare è stata certo la presa di coscienza di cose non fatte, di esperienze non vissute, di scelte che non si è avuto il coraggio o solo la possibilità di fare. Allora affiora la malinconia, si fa strada il rimpianto che talvolta ho avvertito nelle parole mie e di alcuni dei compagni più “grandi”che hanno compiuto insieme a me questo viaggio nella memoria . Di qui la consapevolezza della non linearità della vita, dei vari bivi incontrati, delle varie scelte che hanno portato da tutt’altra parte la mia vita. Di qui ancora la consapevolezza dell’importanza del mio passato: conoscerlo vuol dire conoscermi meglio, e ciò  mi aiuta a proiettarmi in avanti con minore ansia e timore rispetto a quello che potrà essere il mio futuro.

Ancora un’altra riflessione: nel raccontare, e soprattutto nel raccontare  di sé, c’è indubbiamente una componente di sfogo: il ricordo si alleggerisce narrandolo agli altri. Non sono d’accordo con Borges quando dice che la narrazione non può salvare la vita; se non può salvarla, sicuramente può farcela conoscere meglio e, a mio avviso, può anche ricomporla . Almeno per me così è stato: nei momenti più duri è stata proprio la scrittura ad aiutare a ricostruirmi.

A proposito di scrittura, forse questo è il punto debole dell’esperienza, ma non dipende certo dal seminario, dove gli imput non sono mancati. Dipende da me forse, ma non mi pare ci sia stato  nella mia produzione scritta quell’incremento che io auspicavo e me ne rammarico.

Interessante è stata anche la sbobinatura della cassetta con la registrazione di uno degli incontri, compito che Gianni ha affidato a turno a ciascuno dei partecipanti. Mentre sbobinavo, mi rendevo conto che nella trascrizione si perdevano molte cose: il vocio, i rumori, le battute, le risatine, insomma tutti quegli elementi paralinguistici che costituiscono la colonna sonora dei nostri incontri (senza parlare delle performances canore vere e proprie) e che rivelano l’atmosfera in cui si sono svolti.

Dopo il viaggio nel passato, anzi nei passati, non posso non ricordare il viaggio vero e proprio che ho fatto ad Arezzo e Anghiari insieme a Chiara, Silvia e Gianni: un completamento del seminario sia sul piano della riflessione teorica che dell’esperienza pratica.

Sarà stato effetto del seminario oppure del fatto che quando tre donne si trovano a condividere una stanza viene naturale parlarsi e raccontarsi, sta  di fatto che il viaggio si è rivelato un’ottima occasione per soddisfare quel bisogno di conoscenza delle esperienze e delle storie altrui .

Non posso certo dire di conoscere i miei compagni di avventura, ma certo un po’ di più di prima e qualcuno un po’ più di qualche altro. Li ho ascoltati parlare, raccontarsi vincendo pudori ritrosie, superando l’affanno di spiacevoli ricordi; forse non tutti hanno trovato la forza per farlo , ma nessuno vi era obbligato; mi sono chiesta più volte se non abbiamo noi adulti bloccato i più giovani con il carico stesso delle nostre storie (abbiamo tanto da dire solo perché, ahimé!, abbiamo vissuto più a lungo). Tra l’altro ho trovato molto bello e stimolante questo trovarsi faccia a faccia tra generazioni diverse – i vecchi e i giovani-. Le storie degli altri mi hanno dato una mano a rivedere la mia storia ( o le mie storie?) sotto nuovi punti di vista. Dalla somiglianza e dalla differenza ho imparato ugualmente; e così dai particolari e dall’insieme. Ho ricordato insieme ai miei coetanei storie, persone, canzoni, libri, film lontani, insieme ai più giovani storie, persone,canzoni, libri, film più recenti. A tutti il mio grazie per avermi ascoltato e per avermi permesso di ascoltarli. 

 

 

Gli appunti di viaggio di Ida

 

Che cosa mi spinge, in una giornata di autunno, in un momento in cui non riesco a scrollarmi di dosso la stanchezza, ad andare in un quartiere di Roma a me sconosciuto, per seguire un corso sull'Autobiografia? Si direbbe che io stia per intraprendere l'ennesimo percorso secondario e quasi casuale che mi allontana da una strada principale. Gianni, interpellato per telefono, mi accoglie nonostante il corso sia già iniziato, e mi dà il primo compito, quello di presentarmi al gruppo per iscritto.

Nero su bianco, scrivo tra l'altro:"...la prima cosa che mi verrebbe da dire è che, nel ricordo, sono le zone buie ed i vuoti che vedo, più che i pieni: vuoti di memoria, vuoti di accadimenti, vuoti di persone, vuoti di passioni....Forse qualcosa non ha funzionato nel mio sguardo?"  La mia domanda al corso dell'Autobiografia è esplicita:"...imparare a sviluppare i negativi fotografici rimasti sparsi nella memoria e ricostruire trame di racconto."

Già, nel ripensare a "Le case della mia vita", scopro che frammenti di negativi, se osservati con attenzione e con amore, rivelano tracce di immagini riconoscibili, di espressioni di volti, di colori. Evocano il ricordo delle parole pronunciate, dei profumi. Evocano persino il sapore salato delle lacrime ed i sogni e le speranze del passato. Basta fermarsi, e concedersi il tempo per ricercarli e osservarli.

Non sono su un percorso secondario, penso, se lo scrivere, sia pur brevemente, di case, di studi, di lavoro, di persone significative, mi fa in qualche modo "riscrivere", con un significato diverso, le mie relazioni del passato, regalandomi una piccola, ma non per questo meno importante, comprensione in più del mio stare al mondo.

Ci sono giovani e meno giovani nel gruppo, portatori e ascoltatori di esperienze, realtà, storie diverse e diversamente visitate. Qui, intorno al tavolo, le emozioni delle voci che raccontano, i silenzi, le espressioni dei visi, mi concedono momenti di stupore, in una strana sensazione di vicinanza, piccole scintille che forse altrove accenderanno un fuoco. Mi piacerebbe qui una condivisione maggiore di quanto scriviamo e di ciò che siamo. Ho troppi anni per ritenere possibile un incontro altrove, sullo schermo piatto di un computer illuminato: tutto ciò che lo riguarda mi comunica estraneità. Almeno in  questa fase ho bisogno della presenza dei corpi.

Capisco in questo viaggio che fare i conti con l’assenza, con la perdita, con la morte, è il passaggio obbligato per potersi raccontare, ma capisco pure che è possibile farlo.

Intravedo la possibilità del piacere della scrittura, mentre mi sembra  che il processo stesso dello scrivere assomigli a quello della vita, nelle scelte continue che impone, nei vuoti e nei pieni che comporta, nello scomporre e nel ricomporre pensieri e situazioni, nell’arrivare alla realizzazione di una sola delle tante forme possibili, ad uno scritto che mantiene la sua unicità e che è destinato ad essere interpretato e modificato da altri in ogni possibile lettura che gli capiterà di subire.

 

L’intervento di Simone

 

Dopo nove intensi incontri, si è giunti alla fine della prima parte del laboratorio autobiografico. Durante queste giornate passate insieme, sono stati molti i temi trattati: la famiglia, la casa, i giochi, l’infanzia, l’adolescenza,  la scuola, il lavoro, il corpo. Tutti argomenti che ci hanno toccato nel profondo e che non si sono ridotti al semplice scambio di esperienze, ma che sono stati approfonditi con la lettura di libri e articoli dei più importanti studiosi dell’autobiografia come: “L’educatore Autobiografico” e “ Raccontarsi” di  Duccio Demetrio; “La Felicità di questa vita” di Salvatore Natoli; l’articolo di Carmine Lazzarini “ Care memorie…”, inserito nella rivista “Pedagogika”; l’articolo di Marianella Sclavi “ L’arte di narrare e l’emergere di una rappresentazione interculturale del mondo” inserito nella rivista “ Animazione Sociale”. E con questi cito solo gli autori più conosciuti. Importante è stata anche la bibliografia a nostra disposizione: “ Elogio all’immaturità” e “Autoanalisi per non pazienti” di Duccio Demetrio; “ Stare al mondo” e “ La felicità di questa vita” di Salvatore Natoli; “ Dare nomi alle nuvole. Un modello di ricerca autobiografica nell’adolescenza” di Carmine Lazzarini; “ Pedagogia della Famiglia” di Laura Formenti. Elenco questi sottolineando il fatto che rappresentano solo una minima parte dei testi a noi accessibili. Tutto ciò si è dimostrato indispensabile per la comprensione dei meccanismi sottesi al parlare di sé, contribuendo ad arricchire quest’esperienza che di certo è stata per me nuova. Soprattutto il fatto di essere da subito in confidenza con persone che non conoscevo. Parlo di confidenza perché nonostante non ci fossimo mai visti prima, in quella stanza eravamo capaci di raccontarci frammenti della nostra vita. Certo, almeno da parte mia, non è stato facile, comunque, per quel che ho potuto, mi sono sforzato di rendermi il più aperto possibile verso gli altri, cercando di contraccambiare almeno la fiducia concessami dai miei compagni di laboratorio. A volte ci sono riuscito, altre un po’ di meno. Forse, anche il fatto di non aver partecipato spontaneamente come gli altri, ma di aver partecipato come tirocinante, può aver influito. Inoltre,  il laboratorio mi ha offerto la possibilità di scrivere. Perché dico questo? Perché pensandoci bene io ho sempre scritto poco o, per essere più precisi, ho sempre scritto per la scuola e mai per me stesso, nel senso che non ho mai scritto di me. Fin dal primo giorno mi sono reso conto di questo mentre compilavo il questionario motivazionale. Infatti nella parte finale di questo, veniva chiesto di descrivere le proprie esperienze di lettura e scrittura. Da parte mia la risposta è stata quasi sempre negativa.

Dunque, al di là di tutto, questa per me è la vera novità: scrivere di me; senza contare che ho avuto la possibilità di riportare alla mente molti bei ricordi assopiti, che sapevo di possedere, ma che da tanto non riaffioravano.

 

 

 

 

 

 

 

La restituzione di SILVIA

 

La spinta fondamentale per seguire questo laboratorio è stata: “costringersi” a fare qualcosa che tendenzialmente si preferisce evitare. Mi piace scrivere infatti, ma scrivendo cerco per lo più di uscire da me, di puntare più sulle distanze che sulle consonanze con me stessa.

Il perché non lo so e non so nemmeno se – trovandomi ora a più di metà strada di questo percorso- sono riuscita a capirne qualcosa.

Quello che posso dire è che sono  venuta con piacere a questi appuntamenti, a cui sono debitrice di una qualche forma di “svelamento” di me, e anche del gusto partecipe – ma quello già lo conoscevo- con cui seguo le storie raccontate dagli altri.

A dire la verità, il mio lavoro di autonarrazione retrospettiva è stato cauto, ho percorso la rotta di uno “svelamento sostenibile” e forse per questo ho seguito piacevolmente – come una specie di Sherlock Holmes – il mio passato da pedinare.

Qualche volta sono rimasta sorpresa di ciò che mi venivo a trovare fra le mani, e qui mi viene ora la metafora dell’archeologo che rigira tra le dita  un frammento che non si aspettava di scoprire e lo guarda con emozione.

Di più per il momento non mi sento di fare, raccolgo un fiore qui, un gambo spinoso là, con nessuna pretesa di dare un senso complessivo a ciò che ho scritto.

Gli accadimenti rievocati restano lì come piccole emergenze senza un percorso tracciato che , almeno per ora, le colleghi e le arricchisca di senso.

Ma l’attività autonarrativa non è stata la sola componente di questa esperienza, essa era affiancata, da un canto, da una specie di viaggio metropolitano di andata e ritorno, e dall’altro dalla possibilità di relazionarsi con compagni e compagne di laboratorio e con esperti di alcune discipline (oltre che,  ovviamente, con il conduttore del laboratorio stesso).

Il viaggio di avvicinamento al luogo degli incontri, su e giù per le scale delle stazioni della metropolitana, mi portava ad affacciarmi su una specie di altra città che si estendeva a mia insaputa dentro la mia città. Un po’ come nelle “Città Invisibili” di Italo Calvino, me la descrivevo nella mente mano mano che la percorrevo, commentando tra me le sue forme e la sua atmosfera.

Ho imparato poi dai colleghi che la abitano che sotto questo selciato è ancora piuttosto fresco l’odore della terra dei campi e quasi si percepisce ancora l’eco dei suoni delle mucche là dove fino a pochi decenni fa c’era la “Vaccheria”, ora in procinto di diventare nuova sede della Biblioteca Comunale .

Quando al primo incontro ho visto che alcuni ragazzi e ragazze erano frequentatori del laboratorio, ho pensato che avrei imparato molte cose da loro. Purtroppo il contatto con noi super-adulti li ha come un po’ intimoriti e si è persa - mi sembra - la spontaneità iniziale.

Peccato, evidentemente siamo stati un po’ troppo invadenti con il peso dei nostri pluri-decenni di storia sedimentata e complessa…

Adesso ci attende il cambio di ruolo per la seconda fase del laboratorio, quella di raccoglitori delle altrui storie, filo di comunicazione tra i piccoli rivoli e il corso del grande fiume.

  

La restituzione di Silvia

 Come sono arrivata a frequentare un laboratorio autobiografico?

Tutto è successo per caso, cercando un’associazione in cui svolgere il tirocinio. Ricordo di aver vissuto una settimana di panico quando, al ritorno dalle vacanze, mi sono ritrovata pericolosamente senza tirocinio. Ho cominciato a mandare e_mail a varie associazioni, quando finalmente arriva la prima proposta… non ero proprio spacciata! Leggo la gentilissima risposta del “signor Giovanni D’Alfonso” e rimango piacevolmente colpita dal progetto che mi stava presentando.

Parlava di un ricerca da portare avanti nel quartiere di Colli Aniene (guarda caso il quartiere in cui il mio ragazzo aveva recentemente aperto un locale!) attraverso la raccolta di autobiografie degli abitanti della zona.

Ero molto interessata al progetto ma nel frattempo mi si era prospettata la possibilità di fare il tirocinio in cattedra… che fare? La scelta si faceva sempre più complessa perché nel inaspettatamente continuavano ad arrivare proposte!

Dopo un difficile week end ho deciso: i tirocinio lo faccio con la cattedra del mio professore! Ma il laboratorio autobiografico?

Per fortuna Gianni mi ha dato la possibilità di vivere quest’esperienza al di fuori del tirocinio e dei tanti impegni che si stavano accavallando nella mia vita, così sono riuscita a partecipare al primo incontro. Ricordo che l’intervallo tra il primo e il secondo seminario ha rappresentato il periodo decisivo… che faccio, continuo o no?

Ho deciso, alla fine, di buttarmi in questa strana avventura e con grande difficoltà sono riuscita ad incastrare gli incontri del seminario in quel puzzle intricato che è la mia vita attuale.

Ho cominciato a capire che non si trattava solo di affrontare i racconti autobiografici degli altri ma di mettermi in gioco in prima persona, potevo scrivere la mia autobiografia!

Nel terzo incontro ci siamo trovati, io e i miei compagni di viaggio, a scrivere i titoli dei capitoli delle nostre autobiografie, è stato strano ripensare al passato in un momento in cui mi sentivo estremamente proiettata verso il futuro. Affianco alla mia storia di vita si veniva delineando quella degli altri, chi più grande di me, chi più piccolo ma ogni storia aveva qualcosa di unico, di speciale.

Poi è arrivato il momento della lettera non spedita, la scelta è caduta sulla mia zietta, un momento importante di contatto con lei e con tutte le persone del gruppo che hanno condiviso delle letture intime e dolcissime.

Sentivo come limite di avere troppo poco tempo da dedicare al laboratorio ma allo stesso tempo vivevo piacevolmente quello spazio che mi permetteva di staccare da tutto il resto e di rifletterci su.

L’ultima parte del laboratorio mi ha visto meno partecipe ma ho cercato di non distaccarmi leggendo i resoconti che Gianni ci ha inviato puntualmente.

Domani inizierà una nuova fase di questa esperienza…  sono curiosa e soprattutto spero di avere più tempo!

 

Il seminario di Lucia

 Dal 5-10-2005 al 19-12-2005 nella sala lettura della scuola elementare sita in via Scalarini,25 - quartiere Colli Aniene – V municipio si è realizzata la prima parte del seminario autobiografico, poi considerato da tutti un laboratorio; alla conduzione il signor Giovanni D’Alfonso. Insieme a Francesca Cichello e Simone Bomba, studenti della facoltà di Psicologia 1, ho partecipato agli incontri con il titolo di tirocinante pre-lauream, il resto del gruppo si è andato a formare entro i primi tre o quattro appuntamenti, fino a giungere un numero costante, undici soggetti: Orazio, Paola, Marisa, Ida, Silvia M., Silvia L., Barbara, Chiara, Francesca, Simone e me. Sin da subito, senza tanto pensare si notano due sottogruppi messi in evidenza dall’età cronologica …il primo composto da Orazio, Marisa, Ida, Silvia M., Paola; il secondo da Silvia L., io, Francesca, Barbara e Simone.

Al di là dei primi incontri, portati avanti con un po’ di imbarazzo, il laboratorio ha trasmesso forti emozioni ed ha smosso dei ricordi, non ancora sommersi, che galleggiano nelle acque dell’ inconscio di ciascuno.

Da qui abbandono le presentazioni e le generiche sensazioni entrando nel profondo, dando voce ai miei pensieri su questo argomento.

Quando il signor D’Alfonso mi ha riferito la presenza di un seminario autobiografico nel programma tirocinio, sono rimasta un tantino perplessa, perché per mia natura tendo a celare le forti emozioni davanti a persone a me sconosciute, in pochissimi secondi mi sono chiesta Cosa significa ‘ laboratorio autobiografico’? Quali argomenti verranno trattati durante gli incontri? Chi saranno i componenti del gruppo? Riuscirò mai ad abbassare i miei inconsci meccanismi e stili di difesa? Proprio da quest’ultima domanda ho ricevuto una forte carica, un forte stimolo, da decidere di terminare la mia ricerca con il signor Giovanni e quindi con l’associazione da lui presieduta.

Spinta da una sfida con me stessa ho accettato e quindi partecipato ai vari incontri, riscontrando delle difficoltà. Gli argomenti trattati sono vari: le origini, la famiglia, i legami che intercorrono con ciascun parente, l’infanzia, l’adolescenza, il primo trasloco, le case, le favole, il dolore, il lutto, i ricordi, i sogni, le passioni, il primo lavoro ecc. ecc. tutti questi temi, nessuno escluso, mi hanno donato forti emozioni; il groppo alla gola, gli occhi arrossiscono, le mani tremano, dal primo all’ultimo incontro è stato un susseguirsi di remoti pensieri che si sono elevati, per poi navigare nel flusso di coscienza e cadere nuovamente nelle acque dell’inconscio …questo perché non sono ancora pronta ad affrontare il dolore e le piccole sofferenze legati al mio vissuto. E’ proprio questo il punto chiave: ho ventitrè anni e sono intenta a costruire il futuro prossimo, conseguire la laurea per poi lavorare in ambito picologico-clinico, non è semplice come può sembrare, ma ho le idee chiare e sono sicura che troverò molti problemi sul mio cammino perciò sono restia nel condividere tutto il mio passato e le sensazioni o le emozioni ad esso connessi in questo determinato periodo; ho capito di non essere pronta alla totale e comune condivisione, preferisco di gran lunga ascoltare gli altri, osservare e comunicare solo alcuni episodi che fanno parte della mia vita.

Scrivere queste considerazioni mi sta aiutando a ricordare i primi pensieri scaturiti dall’entusiasmo iniziale, la felicità legata all’opportunità di ascoltare attivamente, senza pregiudizi la vita altrui,

l’ ascolto che non termina con un’unica intervista giornaliera, ma prosegue per mesi, man mano che si indaga secondo i temi trattati. Probabilmente è questo il motivo per il quale ho successivamente scontrato delle difficoltà, non si trattava solo di ascoltare gli altri e i loro ricordi, ma anch’io “dovevo” enunciare i miei pensieri, le mie paure, i miei forti legami nei confronti delle persone che amo. La distanza che separa me dalla mia famiglia d’origine non è solo riconducibile a 600 Km o poco più, sento molto la mancanza di mia madre, l’affetto nascosto di mio padre, mi mancano i miei fratelli, i miei nonni, le zie…spesso sogno di possedere una grande e immensa villa in cui abitare con tutti loro insieme all’uomo che è al mio fianco da quasi tre anni, Davide.

Mi appartiene un trascorso colmo di gioie e dolori, ricordi tristi e felici tutti catalogati negli archivi della mia memoria che di tanto in tanto salgono su nella coscienza come palloncini e poi si sgonfiano o scoppiano ritornando giù … un giorno darò il via all’ accurata e definitiva catalogazione, ma fino ad allora sono e saranno solo palloncini.

 

Restituzione di Francesca

Inizio questa scrittura raccontando come sono arrivata a frequentare il laboratorio di scrittura autobiografica…. Ci sono arrivata per esigenze di tirocinio dell’università!

Prima di frequentarlo pensavo di dover frequentare un seminario di formazione per la scrittura autobiografica, mi aspettavo di dover imparare come si scrive la propria autobiografia. Arrivata li ho costatato che le cose erano ben diverse dalle mie aspettative, la mia idea era diversa.

Dopo i primi incontri non avevo ben chiare le emozioni che provavo, ogni volta persone nuove che raccontavano i loro motivi…le loro storie! “Per fortuna non devo parlare ancora di me!” pensavo tra me e me! Più le ascoltavo e più mi rendevo conto di quello che si poteva provare…non mi sentivo adatta per stare in quel gruppo!..

Intanto il tempo passava ed io mi rendevo conto di tutto… mi sembrava di stare in alto, sopra di me, era come uscire dal mio corpo! Mi vedevo dall’alto e rivedevo un’altra persona che raccontava della mia vita…alcune parti, quelle che si possono dire! Un giorno mi sono resa conto di stare lontano da quella stanza e mi è sembrato di vedere un film!

... Che strano, mi sono detta, sto rivedendo tutta la mia vita! Mi chiedevo ancora: “ ma io non ho superato quelle cose? Perché mi sento così strana?”

Rivivevo sempre le stesse emozioni…poche le gioie e tanti i dolori!

Continuavo a stare lontana da quel gruppo di persone che raccontava disinvolta, non si creava problemi nel parlare…leggere quello che si scriveva! Io cercavo di non leggere quello che avevo scritto perché doveva rimanere mio….cosa importava agli altri della mia vita? Non c’erano neanche quando ho vissuto i momenti che avevo scritto, non potevano capire!

Intanto mi chiedevo perché continuavo ad avere quelle immagini davanti a me…a volte non le riconoscevo…era come se le avessi rimosse e quelle parole, però, me le riportavano alla coscienza. Non volevo riviverle ma tornavano da sole, non riuscivo a rimuoverle ancora una volta e per sempre!

Mi rendevo conto che l’unica persona che poteva capire quello che ho vissuto ero solo io! Avevo la possibilità di fare ancora una volta il resoconto della mia vita ma non ero ancora pronta per farlo! In realtà non mi sono mai sentita pronta, ho provato più volte a farlo ma sono stati solo tentativi inutili perché non riuscivo ad andare avanti!

L’occasione del laboratorio poteva essere buona ma è servita solo in parte: a cosa serviva se non ero sincera fino in fondo? O meglio, se raccontavo le cose a metà?

Ripensandoci, ora, a distanza di tempo e da sola mi rendo conto che tutto quel sacrificio è servito a qualcosa!

Ci ripenso e mi dico che forse è arrivato il momento di girare pagina, a cosa è servito guardarsi indietro?... A volte serve per farti soffrire ancora perché già sai che quelle cose le hai già vissute e soffri ancora nel ricordo di quei momenti. Alcune parti della vita le vorresti solo cancellare ma sai di non poterlo fare…altre vorresti che non si cancellino mai. L’unico rimedio è girare pagina e rendersi conto che non tutto è facile..!

A qualcosa serve rivivere dei momenti e ti rendi conto che se ci ripensi più volte puoi uscirne vedendo le cose da un punto di vista diverso, puoi imparare ad essere oggettiva anche con le tue esperienze di vita!

Volete sapere quello che è cambiato? Nulla o quasi, la mia vita rimane quella di sempre, le emozioni anche! Cambia solo il modo di vedere le cose, di vivere i nuovi eventi e forse si impara a non disperarsi per tutto quello che accade. Cerchi di capire che le cose vanno affrontate in modo più razionale e le prendi così come vengono…se arrivano a valanga non importa, devi solo organizzarti ma li devi superare sin da subito!

Ecco questo è tutto quello che questa esperienza mi ha aiutato a capire! Non mi sembra poco ma neanche tanto…ho davanti a me tutta una vita per capire meglio come funzionano le cose, ce la farò?... Si, penso proprio di si perché ho già fatto i primi passi!

  

La restituzione di Chiara

 Anche il luogo per me è nuovo. Mi sembra di non conoscerla questa parte di Roma.

La Palmiro Togliatti attraversa come una grossa arteria questo quartiere pulsante come un cuore che batte.

Arrivo alla scuola Scalarini, sull’autobus ho incontrato facce vivaci occhi sorridenti,l'autista dell'autobus aveva voglia di parlare cosa ormai rara a Roma.

La scuola anche nel pomeriggio è piena di attività qualcuno balla Hip Hop nella palestra accanto.

Il nostro laboratorio è composto da un gruppo di giovani studenti di psicologia,e da un altro gruppo di persone più mature,alcuni tra loro sono ex insegnanti, c'è un medico ci sono io che lavoravo sugli aereoplani.

Nelle nostre vite lo spazio per l'autobiografia è chiaramente molto diverso i giovani non hanno tanta voglia di guardare indietro,sono più proiettati in avanti Le persone più mature hanno a volte un grande dolore a raccontare...

Ho apprezzatola presenza di chi è venuto a darci testimonianza del suo lavoro: un sindacalista; ha raccontato la sua storia;  un'insegnante di Thai Chi ci ha raccontato il suo lavoro raccontandocelo con il suo corpo.

Didascalie per rintracciare una vita.questo è stato l'esercizio con il quale stiamo cercando di costruire la nostra autobiografia, piccoli fogli bianchi ai quali abbiamo affiato anni della nostra vita.

C'è chi lo fa utilizzando delle fote questo puzzle,chi solo affidandosi ai ricordi.

Ci aiuta anche il computer con l'autobiografia di un paesaggio, si vede una casa,e tutto un mondo che piano piano cambia intorno a lei.

Noi siamo i testimoni della nostra vita,ma il tempo,cambia i paesaggi della memoria,ci si poggia a volte pesante come polvere a volte leggero come vento che sfiora,passa lieve abbellisce i contorni.

Mi piace la conduzione lieve di questo laboratorio, si lascia spazio a ognuno, lo si ascolta, lo si incuriosisce.

Mi manca un po'  lo scrivere insieme, il rileggersi ci vorrebbe più tempo e sarebbe molto bello.

Oggi è sicuramente diverso il modo di guardare le storie degli altri,ognuno è legato ad un altro come una goccia nel mare, stessa composizione chimica,eppure sembriamo tutti così distanti...

Ci aspetta un'intervista: sono curiosa ma anche timorosa,è bello entrare nelle vite degli altri,ma spesso quando si apre un coperchio, l'altro ha paura....

 

Restituzione di Carina

 Sono un po' confusa, mi chiedono di scrivere qualche mia impressione rispetto a questi incontri, situazioni che non ho visto sul nascere, quando io arrivo è già grande..... perlomeno adolescente.

 Il mio lavoro si svolge sul corpo.

Direttamente sul mio e si proietta poi anche sul corpo delle altre persone.

Penso che il mio essere qui dovrebbe essere legato a questo.

Il tutto è nuovo anche per me, sicuramente sarà un'esperienza importante.

 Cerco di muovermi per quello che sento, non è facile, ritorno con la memoria all'ultimo incontro cui ho partecipato, mi ascolto, sto bene, il mio corpo se ne sta fluido e aperto è come se stessi dentro un mare di tante cose mie si, ma anche e sopratutto cose che mi arrivano dagli altri, vissuti che sono esclusivamente i loro, degli altri, le loro esperienze dirette o anche indirette, magari che arrivano anche raccontate da altre persone più o meno vicine a loro, che comunque hanno lasciato un segno attraverso le emozioni nei loro ricordi. 

 Questi vissuti così sentiti, e impressi nelle memorie, immancabilmente s'intersecano con i miei di ricordi, le mie emozioni, e come tanti piccoli fiumi che seguendo il loro percorso arrivano in questo grande mare dove io mi trovo ......... prendere qualcosa e scriverlo su un foglio bianco ........... mio padre quando avevo venti anni un giorno mi disse: " la tua vita è come un libro dai fogli bianchi, è tutta da scrivere" si, in effetti, ho scritto molto in questo libro, cose belle, dolorose, cose dimenticate e altre no, alcune rispolverate per merito di parole dette anche in questi incontri.

  Questo mare è grande, un grande mare di libri scritti per intero o in parte..... biblioteche direi .... e come un pescatore che lancia le sue reti, cercherò di prendere qualcosa per portarlo su un bianco foglio A4, probabilmente sarà un piccolo pesciolino, lo guarderò e poi immancabilmente lo lascerò riandare nel suo mare.

 Mentre ascolto queste letture-racconti il mio sguardo, si appoggia forse sul viso di chi sta leggendo in quel momento ... su un colore della stanza oppure vaga fuori la finestra, direi che è quasi assente, ma non del tutto, mentre, lo sguardo interno è molto attivo sta tramutando le parole che ascoltano le mie orecchie e i miei sensi in immagini, ed io sto là, si sto là, seduta su una sedia a veder scorrere davanti a me queste immagini, che cosa meravigliosa, piccoli tratti neri messi su un foglio bianco che diventano immagini come in un film.

 

Commenta

You have no rights to post comments