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Laboratorio marzo-maggio 2005

 

Paesaggi di un'autobiografia. Autobiografie di un paesaggio 

b_150_100_16777215_00_images_stories_ponte_mammolo.pngHo un ricordo molto vivo del secondo laboratorio autobiografico che condussi nel 2005. Chiamai questo percorso di ricerca “Paesaggi di un’autobiografia. Autobiografie di un paesaggio” per cercare rendere evidente quale fosse il suo contenuto.

Non fu facile costituire il gruppo: furono necessari due convegni e numerosi scambi di e – mail ma alla fine ci riuscii. Il gruppo era composto da persone molte diverse tra di loro. C’erano quattro impiegati pubblici e privati, due bibliotecari, un educatore, un’assistente domiciliare e due giovani laureate in cerca di un’occupazione stabile: otto donne e tre uomini.

Il laboratorio si tenne nella Biblioteca della scuola media di via Scalarini a Colli Aniene (Municipio Roma 5) dagli inizi di marzo alla fine di maggio e il convegno di restituzione si tenne, in giugno, nell ’antico  Casale della Cervelletta  un evento che abbiamo chiamato

"Un pomeriggio insieme per ragionare di storie di vita e storie di luoghi."

 

Riportiamo dii seguito alcuni interventi dei partecipanti.

 

La restituzione di Laura C.

A gennaio scorso cercando un regalo da fare ad una amica mi sono ricordata del suo interesse espresso qualche settimana prima sulla scrittura creativa. Ho fatto una ricerca su internet e ho trovato il sito della libera università dell’autobiografia di Anghiari e casualmente in una libreria un libro di Duccio Demetrio “Pedagogia della memoria”, che le ho regalato. Dalla comune lettura del libro di Demetrio, che per me era una novità, è nata una curiosità sulla scrittura autobiografica, che mi ha portato insieme alla mia amica a partecipare alla presentazione del seminario “Paesaggi di un’autobiografia. Autobiografie di un paesaggio” a cura dell’ Associazione Spazio Tempo per la Solidarietà.

 

La presentazione mi ha colpita positivamente e così ho deciso di parteciparvi,  ho sentito che aveva risvegliato il mio interesse. Avrei potuto affrontare finalmente il mio racconto di me senza scappatoie del tipo: non so scrivere o non ho avuto una vita così interessante o non mi è mai successo niente su cosa mai potrò scrivere, mi sento ridicola, e via di seguito.

Dalla frequentazione del corso mi aspettavo la conoscenza e l’acquisizione delle tecniche e degli stili tramite lo studio di diverse autobiografie già scritte più o meno famose non perché lo desiderassi ma perché era l’unica cosa che ero in grado di immaginare sul tema. Non ricordo di averlo scritto nel questionario che Gianni ci ha chiesto di compilare, ma comunque non sarebbe potuto essere più sbagliato!

 

Fin dall’inizio ho trovato gli incontri molto impegnativi sotto tutti i punti di vista. Il primo incontro poi mi ha letteralmente spiazzata con la presentazione di ciascuno di noi, fatta a registratore acceso, tanto che non mi sono sentita di raccontarmi. Ma l’interesse c’era e c’è ed avendo iniziato a scrivere  ho continuato e con un po’ di sforzo ce l’ho fatta a superare introversione e diffidenza. Sbobinare un incontro, e in seguito un’intervista, mi è stato d’aiuto anche per imparare ad ascoltare con più attenzione e cogliere le diverse sfumature di significato, i cambiamenti di tono nel parlare, le sospensioni, il tema al quale si gira intorno, i sottintesi, come anche le parole sentite da me che non sono mai state dette, ecc.  con il proseguire gli incontri la quantità  e la qualità degli stimoli per le cose dette e le dispense, sono aumentati e il lavoro a casa, pure.

 

Oggi posso dire che partecipare a questa prima parte del progetto mi ha dato degli strumenti in più, ma soprattutto mi ha stimolata ad approfondire, a riflettere anche per poter intervenire, ad impegnarmi a scrivere, che è il vero scoglio da superare e che ho superato, a fare proposte, ad impegnarmi ma anche a lasciarmi andare al ricordo, alla rievocazione di eventi lontani che si erano persi chissà dove, a volte piacevoli a volte dolorosi.

Penso che anche grazie a Gianni  ho potuto recuperare, e in parte anche restituire, parti significative della mia storia personale, perché sento che ora veramente seguiterò ad andare avanti: il fiume autobiografico non si può più arrestare. Il percorso è iniziato perché ho capito che ciascuno di noi ha il giusto valore che nessuno ci può togliere. Ho iniziato così a scrivere senza vergognarmi di come sono e senza sensi di colpa aumentando la mia autostima.

Grazie a questo ho capito l’importanza, ma anche la complessità, di raccogliere testimonianze di vita altrui, che per motivi diversi non possono fare questo tipo di percorso, ma che comunque non può andare persa, sia per loro stessi che per una memoria collettiva.

Frammenti di un aspirante camminante…(Dario P.)

"Nulla è più stupefacente di una vita comune e di un cuore semplice"Carlo Cassola

Mi sono avvicinato con qualche incertezza a questa esperienza di laboratorio autobiografico in un momento particolare della mia vita: l’avvicinarsi dei cinquant’anni e la scomparsa  di mio fratello avvenuta ormai due anni fa ma che ancora mi coinvolge molto e forse non mi lascerà mai.

In realtà avevo bisogno di raccontarmi e grande è stata per me la sorpresa di scoprire nella biblioteca della scuola di via Sacalarini, un luogo per me lontanissimo ed un pò fuori dal mondo, la metafora dell’inizio di un mio timido cambiamento. Ecco che una stanza bruttina, piena di libri polverosi ed a  dire il vero un pò dimenticati si è trasformata in un’isola misteriosa, un piccolo rifugio accogliente nel quale storie, sensazioni e ricordi si sono succeduti con delicatezza e discrezione quasi a dipingere un bellissimo quadro le cui sfumature di colori rappresentavano di volta in volta lo stato d’animo dei suoi creatori: L’anno scorso ho avuto la fortuna di vedere a Firenze una mostra bellissima intitolata: “Botticelli e Filippino. L'inquietudine e la grazia nella pittura fiorentina del Quattrocento”. Sono rimasto molto colpito anche dal titolo perché l’inquietudine è quella che mi porto dentro da sempre e la grazia o meglio la bellezza è ciò invece che vado cercando senza sosta. Questo mi fa stare sempre in una condizione di ‘vigilante insoddisfazione ’ al punto che mi ritrovo,indegnamente, nelle parole di un grande maestro:

Gli altri formano l'uomo; io lo racconto e ne rappresento uno in particolare assai mal fatto, e il quale, se avessi da modellare nuovamente, farei invero diverso da quel che è. Oramai, è fatto. Ora, le linee del mio ritratto non si disperdono, benché cambino e si diversifichino. Il mondo non è che un movimento continuo. Ogni cosa vi si muove senza tregua: la terra, le rocce del Caucaso, le piramidi d'Egitto, e del movimento pubblico e del proprio. La stessa costanza altro non è che un movimento più languido. Non posso assicurare il mio oggetto. Se ne va fosco e barcollante, di una ebbrezza naturale. Lo colgo in questo punto, come si presenta, nell'istante in cui me ne interesso. Non dipingo l'essere. Dipingo il passaggio […]. E' un controllo di diversi e mutevoli avvenimenti cangianti e d'immaginazioni irrisolte e, quando capita, contrarie; che io sia un altro me stesso, o che io colga i soggetti da altre circostanze e considerazioni. Tant'è che mi contraddico talvolta, ma la verità, come diceva Demadio, non la contraddico affatto. Se la mia anima potesse essere ferma, non mi saggerei, mi risolverei; è sempre in formazione e in prova. Quella che propongo è una vita semplice e senza lustro, è un tutt'uno. Si può legare altrettanto bene tutta la filosofia morale a una vita popolare e privata che a una vita di stoffa più ricca; ciascun uomo porta in sé la forma intera dell'umana condizione.  (M. Montaigne Saggi)

A onor del vero più che scrivere ho ascoltato e molto lavoro proposto dal seminario è rimasto indietro un po’ per mancanza di tempo ma un po’ anche perchè le emozioni del ricordare o del sentir ricordare mi hanno disorientato o meglio mi hanno lasciato in attesa di trovare un percorso sincero, un percorso da camminante dello spirito. Penso a quelli di un tempo, eternamente nomadi ma in perfetta  sintonia con la natura, in grado di accettare sempre  tutto ciò che l’esistenza gli offriva, senza aspettarsi né chiedere nulla, prendendo la vita per come si presentava, senza giudicare e senza affannarsi. Non per passiva rassegnazione ma per una consapevole  accettazione dell’esistenza in tutte le sue sfaccettature. Mi piacerebbe imparare a maturare la capacità di cogliere in ogni esperienza quella parte di bellezza  indispensabile per sopravvivere. Forse si tratta di un’utopia pensando al mio carattere di presuntuoso insofferente, in ogni caso sono felice di testimoniarne oggi almeno l’intenzione….

 

Impressioni laboratorio scrittura autobiografica (Francesca G.)

Dopo aver corso molto, prendendo frequentemente li paesaggio d’intorno, per rimanere a lungo strabica sulle iniquità quotidiane, tra fughe e perdite, mi sono imbarcata sulla prima occasione che mi portasse via da Roma dai luoghi noti e da quelli ancora ignoti. Non amavo più la mia città e non volevo restarci in questa città priva di opportunità di futuro dove nessuno sembrava avesse voglia di ascoltarmi. Attraversai i paesaggi italiani per arrivare in un territorio neutro dove non vi fosse nulla di noto alla mia memoria ma solo speranza, ero diretta verso l’ignoto, lontano da me. Ma un albero senza radici non attecchisce in nessuna terra e non genera altro da sé. Quando la lontananza è diventata rimpianto dopo qualche anno sono rientrata per ripartire da dove ero. L’esperienza del laboratorio è arrivata casualmente ma non inconsapevolmente sapevo che questa “recherche” sarebbe stata utile per ricominciare, avevo bisogno di una mappa fisica e mentale in cui ritrovare i luoghi dell’esistere attraverso un percorso che non fosse terapeutico. All’inzio è stato come ritrovarsi su di una spiaggia subito dopo l’inverno e girandosi intorno trovare un paesaggio sconcertante, poco definibile in quanto estraniante.  Intorno a me vedevo ciò che il mare aveva lasciato in superficie sulla rena dopo le burrasche, appena vicino alla riva o più in là verso le dune. C’è un po’ di tutto, rami spezzati venuti giù da chissà quale torrente  abbandonati per gioco del destino in quella landa poi bottiglie di plastica, ombrelloni arrugginiti e dimenticati. La sensazione è che niente ti sia completamente estraneo ma non è propriamente tuo. Ho cominciato così a camminare a piccoli passi sulla spiaggia ascoltando e osservando il mare, durante la camminata ho la fortuna di incontrare un pescatore,  che mi chiede:”Ne hai trovate di conchiglie di madreperla?” ed io:“Veramente non mi pare ce ne siano!” e lui “Cerca in là verso la riva!” ed io allora mi butto alla ricerca delle conchiglie e mi sorprendo perché ce ne sono tante  e ne raccolgo diverse dalle forme e colori inusuali, ne scelgo con cura  alcune. Nel cercare le conchiglie però mi accorgo che ci sono anche dei vetri rotti, non sono un granché belli ma il mare ne  ha così bene levigato le pareti che deciso di raccogliere anche quelli,  vengo incoraggiata dal solito pescatore che mi pungola ancora verso alghe profumate. “Ne hai trovate?” mi chiede. Ricomincio ad  osservare intorno e davanti e non trovo nulla però mentre sono accovacciata e con la testa china sento altre voci di donne e di tre uomini, anche loro stanno raccogliendo qualcosa di abbandonato e ritrovato e mi  fanno vedere quello che hanno deciso di custodire. Le loro “casseforti” sono piene di oggetti e ricordi meravigliosi ed unici e mi viene voglia di cercare anche meglio prima di abbandonare la spiaggia. Così l’occhio  allenato dall ’operazione di osservazione e pungolato dallo scambio, decide di abbandonare ciò che a prima  vista appare bello per cercare qualcosa di unico che sia esclusivo ed eccomi a ritrovare i cavallucci marini che mio padre custodiva nel cassetto del comò come portafortuna, ho trovato le foto dei miei nonni e da lontano quel pino è uguale a quello che piantai nel giardino della scuola media. Pian piano il paesaggio diventa me, noi, ci raccoglie e ci stimola, non sento più la voce del pescatore e lo saluto caldamente congedandomi. Guardo il mio cesto di cose raccolte, quante cose ritrovate, non pensavo di possederne tante e di esserne così legata, sono le mie e le nostre oramai, sono la vita e ora posso ripartire..

 

P.S. Lo spazio e il tempo ci trapassano senza riuscire a lasciarci memoria se non quando li riviviamo attraverso le immagini della nostra esperienza. Abbiamo percezioni del passato che delle volte perdiamo abituati a dimenticare che il cielo e la terra che abitiamo hanno voci e memorie che su di noi non sempre serbano tracce se non quando ci raccogliamo davanti ad un rudere o di un reperto archeologico. Ma le terra anche la più sconosciuta ha memoria di voci senza nessun appellativo storico. Storie che riecheggiano nel momento che attraverso un archivio fotografico ti accorgi che al posto della tua casa vi era una stalla con accanto un casale dove hanno vissuto individui come te, simili e diversi a seconda delle epoche. Allora ad ogni passo risuona una storia sconosciuta ed affascinante a cui noi vogliamo ridare memoria, voce e nuovamente vita, se possibile. Per chi volesse aprire i cassetti della memoria saremo felici di accoglierlo nella giornata di Anghiari.

 

cervellettapic.pngL’intervento di Vania T.

Mi ha avvicinata al discorso sull’ autobiografia il desiderio-bisogno di mettere ordine fra i miei ricordi, per rileggerne il senso, nel momento in cui tutti i miei punti di riferimento andavano sbriciolandosi. Ed è stato come spostare un vaso di gerani sul davanzale del balcone: mi è apparsa un’altra prospettiva della strada.

Il programma del corso consegnatomi da Gianni prevedeva anche come “compiti per casa” la costruzione del proprio albero genealogico e durante una lezione Gianni ce ne aveva mostrato uno ben definito, ricco e preciso, da sembrare una tesi di laurea.

Mi sento enormemente infastidita da tutta questa storia. Penso che non svolgerò questo compito, sono un disastro in disegno e poi cosa c’entra con l’autobiografia? Il mio innato senso dell’humour mi suggerisce che una foto del monumentale cimitero del Verano, potrebbe essere adatta… vista la mia storia familiare costellata di lutti ripetuti e prematuri. Perché poi, mi domando, appesantire così l’atmosfera svelando a degli ancora estranei “ compagni di scuola”le mie radici mancate e il dolore mai sopito che l’accompagna? Gianni pretende troppo o forse il corso non è adatto a me.

Mentre le emozioni si accavallano, sedimentano e si rincorrono, fa capolino l’albero che vorrei essere….una grande quercia frondosa, robusta con radici profonde che si diramano espandendosi, mentre gratificano il sole che filtra tra le foglie. Mi sento, invece, un fiore di campo, un’erba medica cresciuta su un terreno non mio. Mi hanno strappata, calpestata (purtroppo, ho radici fragili) ma sono sempre rinata, ammaccata, bruttina, incolta ma ricettiva a tutti i tipi di terriccio. Sono cresciuta con poco humus ma capace di sopravvivere anche nella pietra calcarea, le mie deboli radici riescono a succhiare anche dai sassi e…. si depositano ovunque sentano odore di terra.

E’ con questa metafora che voglio rappresentare il valore appreso in questo corso. Valore che mi ha donato riflessione, meditazione ricordi ed emozioni: radici per la mia autobiografia.

 Così, creativamente ho provato a disegnare il mio albero genealogico. Da un corso di giardinaggio avevo appreso che l’apparato radicale della pianta della cicoria è a fittone: cioè ha sviluppato una profonda e lunga radice che penetrando nel terreno ricerca e succhia l’acqua per il suo nutrimento. Da qui sono partita. Mi sono disegnata radice con un fiore alla base. Lì ho appoggiato il mio apparato radicale continuando a salire in alto, lungo il mio tronco simbolico. Ho aggiunto fiori, foglie e colori per rappresentare i miei affetti perduti o non conosciuti e ciò che la memoria e l’assenza non poteva restituirmi in termini di nomi, date, lavori, legami sono diventate foglie, dove, se lo desidero, con l’immaginario posso trovare riparo.

 

La restituzione di Marisa V.

Ogni persona contiene una storia: le sue movenze,  i suoi sguardi più o meno attenti sulle cose, le parole che usa quando si rivolge agli altri, i pensieri silenziosi o quelli urlati nelle piazze, l’incanto o l’indifferenza per la natura, l’alzare il capo al cielo e meravigliarsi ancora , l’essere concentrati sul proprio ombelico, dipendono e costituiscono l’insieme delle esperienze vissute o negate, i luoghi abitati, gli uomini e le donne incontrati, i libri letti, i giochi condivisi, i sapori gustati.

La memoria , se viene sollecitata a ricordare, diventa recipiente dove poter attingere tutto questo, in un cercarsi e ritrovarsi che svela l’essere al mondo al presente, nel tempo e nello spazio in cui la nostra identità nasceva, si configurava, si affermava.

Frequentare un seminario di formazione autobiografica, in sostanza, è stato per me imparare a valorizzare quel patrimonio nascosto di ricordi affastellati negli anni, imparare a disseppellirli e soprattutto ad ascoltarli, perché quei momenti sono esistenza, trascorsa ma mai completamente rimossa.

All’interno del piccolo gruppo che ricorda, che si sforza di far divenire scrittura ciò che è vita in tutte le sue espressioni, si crea condivisione nell’ascolto reciproco e rispettoso di un narrato che forse non si ripeterà con quelle modalità in nessun altro contesto.

Acquisire maggiore riflessione su di sé non vuol dire solo prendersi cura di sé restando in un intimismo compiaciuto ; vuol dire, invece,  allargare le maglie del proprio pensiero, poterlo dilatare e far spazio agli altri ogni volta che abbiamo un’occasione d’incontro, di scambio, accogliere la storia dell’altro e mettersi sui suoi passi almeno per un tratto di strada.

 

Perché la memoria è un valore generale ma non mai generico… (Paola C.)

La primissima esperienza di scrittura autobiografica mi ha portato, puntuale, di fronte al limite invalicabile  per la memoria: la perdita di un ricordo, o di un solo particolare di un particolare ricordo, grave smemoratezza, giustificata dall’aver doppiato i quaranta o banale rimozione, che una scusa la trova sempre, stabilirlo è secondario. Si trattava di seguire la traccia delle case abitate nel corso della propria esistenza, tema che unirebbe determinatamente, Autobiografia e Paesaggio, il titolo stesso del corso; io sceglievo di scrivere a proposito della prima casa dove ero andata a vivere da sola, l’espressione usuale è  “quando sono andata via da casa”, dopo i vent’anni, per la cronaca, dunque vent’anni fa, per la storia. Nel momento di ricordare, prima della scrittura, mentre mentalmente attraversavo quel piccolo appartamento, mi accade con raccapriccio di non trovare la stanza da bagno, né un cesso né un gabinetto, nulla! Andavo avanti e indietro a grandi passi, lungo il breve corridoio, entravo nelle opposte stanze (camera da letto a sx, cucina a dx) e del bagno non v’era traccia; già al tempo che usavo ancora il vasino, la canzone di S. Endrigo, mi angosciava soprattutto per quella mancanza nella casa “in via dei Matti numero zero”, mi colpiva di più che non ci fosse “vasino lì”, che non la mancanza di tetto e pavimento…Quando lo sforzo di ricordare era prossimo alla nausea, come per improvvisa assenza di gravità, ho intravisto l’ingresso del bagno e poi anche l’interno, sopportando un senso di amara incertezza, ho raccolto il ritrovamento labile ma  con minore indugio ho raccolto in tutta la sua vasta portata il senso di perdita. Immensa gratitudine! Questo corso (ma anche la mia stessa vita) mi ha fatto intravedere e poi intuire, infine quasi comprendere che proprio il vuoto, cioè quanto si è perduto, è il più ricco terreno per l’apparire della memoria, che è quella – la perdita- la necessità e la virtù della memoria. Saprò spiegarmi meglio?

 

Questo corso è ciò che desideravo fare. Necessità ed emergenza in ogni salto d’epoca non è fermarsi ma rallentare fin quasi all’arresto il proprio percorso, il ritmo e il peso di ciò che trascorre.

Quel salto non è quasi mai rinchiuso dentro ma è più spesso sul confine tra noi stessi e il più vasto ambiente circostante….

A quest’età anche le vite –e le biografie- più lineari e dal ritmo regolare hanno un peso tale di anni e di eventi che si rischia di trascinare vanamente immemori zavorre. Così, al cospetto dell’inesausta “fatica di vivere”, affrontare responsabilmente l’intento ed il compito di documentarla tale fatica ed anche renderla comunicabile, è uno sforzo arduo e valente ma non escludo che possa apparire perverso ai superficiali e vanesio ai profondi, invece è utilissimo, utile al massimo grado, politico ed umano. La memoria è un sapere invendibile ma  ha un immenso potenziale di trasmissibilità, ed è il fermento più efficace per ogni altro sapere che si acquisisca o si ricerchi.

 Sono stata per un certo tratto assente, non potevo evitare d’essere assalita anche biologicamente dal passato, ho mostrato frammentariamente me stessa prima che mi fosse concessa confidenza perché l’ambiente stesso del corso è stato di accoglienza e confidenza, sono rimasta attonita in silenzio quando ognuna delle vite che si mostravano, scritte e narrate, mi risuonavano alla stessa profondità delle recenti perdite e di quelle remote e dei densi significati che corrispondono, infine ammetto d’essermi sentita frequentemente sopraffatta. Il travaglio della memoria precede la partecipazione al corso e continuerà quando il corso sarà concluso ma voglio esprimere ancora ed ancora la gratitudine per l’occasione , per l’ispirazione ed il “contenitore” che il corso offre all’immane lavoro. E ancora, e spero per molte altre occasioni, desidero manifestare gratitudine e stima a tutti gli altri partecipanti e particolarmente a Gianni, al quale è riuscita la rara alchimia d’essere affidabile e protettiva guida e insieme partecipante sensibile ed aperto nell’attraversare lo stesso percorso che ci indicava, alla stessa nostra stregua. Qui dove ci  troviamo, dove le nostre vite si raccolgono, è l’esatta metà del percorso, oltre l’attesa di percorrere la seconda metà, immagino appena l’immensa progettualità che questa esperienza può innestare in tanti ambiti diversi, tanti quanti i nostri desideri.

 

La restituzione di Massimo C.

Ma a chi potrà mai interessare la mia autobiografia?

Non so se avete presente quei ragazzi diversamente abili che frequentano qualche centro diurno in cui si svolgono attività come ceramica, pittura, teatro, ecc. NON SI ASSENTANO MAI! Così è capitato a me durante il laboratorio. Sono stato sempre presente. Evidentemente qualcosa c’era: un atmosfera amichevole, rilassata, non giudicante. Ciò di cui avevo bisogno. Leggevo le mie cose, altri compagni di viaggio leggevano, nessuno diceva niente. A volte ti saresti aspettato un “bravo”, ma niente. Capivi però che avevano ascoltato, riflettuto su ciò che donavi ed infine ti accoglievano, in silenzio, con discrezione.

Vorresti non finisse mai… ma ormai devi camminare con le tue gambe, il mondo ti aspetta.

Ma a chi potrà mai interessare la mia autobiografia?

Era la domanda che mi ponevo all’inizio. Poi ho capito, nessuna vita è banale e se anche qualcuno si annoierà pazienza, vorrà dire che ricordare, scrivere mi farà sicuramente voler più bene a me. E non è  poco!

 

Le impressioni di Peppe S.

Una sera d’inverno mi capita davanti agli occhi un annuncio sulla newsletter del V municipio, di un laboratorio di scrittura autobiografica; invio subito un e-mail al sig. D’Alfonso, che nel giro di qualche minuto diventa Gianni, rispondendomi con celerità e gentilezza. Nella notte fredda qualche stella comincia ad incoraggiarmi..

Si stava intorno ad un tavolo, che delle volte si accorciava, quando i racconti ci costringevano ad una vicinanza emotiva; altre volte si allungava come ad evidenziare una distanza, necessaria dopo i tuffi nell’anima delle nostre storie. Ricordo gli imbarazzi reciprochi, così come gli slanci sinceri che mi facevano volare nella stanza a me, e a tutte le parole dense di vita che uscivano dalla mia bocca incantata. Cosa dire, prima di arrivare allo spazio lettura ero teso e carico d’aspettative. Una volta arrivato, e dopo le presentazioni, mi sentivo molto a mio agio..ma una volta iniziato il seminario, attraverso la scrittura dei capitoli sui fogliettini, tutto era ridiventato teso e nebuloso. Ansia da esibizione di emozioni? Chissà, quel che ho vissuto è stato un lento discendere nelle viscere della mia vita, della mia storia. Da anni volevo fare una cosa del genere, oggi mi è data l’occasione. Sentivo all’interno del gruppo uno spaesamento, e un voler rendere esplicito tutto ciò. Così da vedere dove si va a finire..

Una volta a casa riuscivo a scrivere: lampi d’esperienze che illuminavano un periodo, un frammento della mia esistenza. Tutto questo aveva un sapore dolce di ricordo, ma al contempo restituiva dolore, spaesamento, e delle volte anche angoscia. Credo che la condivisione di questi scritti sia un dono importante, una possibilità di rileggere fatti e atti che altrimenti resterebbero incagliati nelle sacche della quotidianità. Allora il valore aggiunto di questo seminario sta nell’aver creato un’atmosfera per facilitare il fluire delle memorie. Può sembrare una cosa da nulla, ma l’unicità dell’impresa può esser rappresentata dal nostro giungere sin qui ancora carichi di volontà nel proseguire, e di non voler abbandonare il progetto, ma di approfondirlo   durante la pausa estiva. Spero di riempire la bisaccia di frammenti importanti, non necessariamente belli, ma significativi in un percorso che non vuole cedere e sprofondare nell’inquietudine ma, attraverso il coraggio, illuminarli e rendergli giustizia. Almeno nei confronti della coscienza, che da una vita si sente perdente.Inoltre, sento di aggiungere che questo corso lo ritengo uno spazio aperto, dove ognuno porge all’altro il proprio silenzio, che nel frattempo diventa un suono: lontano, remoto, che, se uno lo desidera, si trasforma in una melodia o una nenia.

Da tempo aspettavo un’occasione del genere, e seppur tutto è in divenire, posso ammettere di esser riuscito a scavare nella giusta direzione, così da poter raggiungere quella postazione privilegiata e speciale cui ancora non so dare nome. L’obiettivo è quello di scrivere la propria autobiografia  anche se in realtà a me interessa il percorso e la via che mi ci condurrà.

Pur restando troppo apprensivo riguardo alle aspettative, cerco di spalancare il più possibile la finestra della mia storia. Ma ciò che fa la differenza è “partecipare” con altri compagni d’avventura a quest’esperienza davvero originale.

 

La lettera di Lilli

Cara mami,

vorrei dirti tante cose ma continuo a guardare questo foglio bianco e non so da dove cominciare.

La mia vita in questo momento è come una stanza in disordine, con i cassetti aperti e i vestiti ammucchiati sul letto, i fogli sparsi sulla scrivania, ed i libri sul pavimento, ed io mi muovo affannosamente dentro questa stanza per cercare un ordine che non so trovare.

Prendo i vestiti, li piego, li appendo, li metto nei cassetti, li ordino per colore oppure secondo la “pesantezza”, o magari cerco di mettere nei posti più accessibili quelli che indosso più spesso e gli altri nella parte più alta dell’armadio, oppure separo i vestiti eleganti da quelli sportivi..,

è un continuo prendere, spostare, fare e disfare, che non mi da pace.

Perché, ogni volta, quando credo di aver finito, e mi illudo di aver finalmente messo in ordine, puntualmente mi accorgo che non è così, infatti, mi capita spesso di non trovare più quel quaderno di appunti o quelle scarpe rosse.. ed in quel momento capisco che non sono padrona del mio ordine, o forse che non sono ancora riuscita a trovare il mio ordine!

E allora si ricomincia a sistemare, oppure si aspetta un pò  prima di ricominciare, magari si aspetta un giorno in cui un raggio di sole entrato dalla finestra mi regali, col suo calore, un risveglio sorridente ed una rinnovata voglia di affrontare la giornata.

Ogni tanto apro il mio armadio e penso di avere troppi vestiti, allora decido di darne via qualcuno, li tiro fuori ad uno ad uno ma non riesco mai a metterli via perché ognuno rappresenta un ricordo, ognuno è legato a una gita, a un esame, a una festa, a una persona...

e così mi muovo confusa nella stanza della mia vita, vagando tra i ricordi del mio passato e le preoccupazioni per il mio futuro, incapace di trovare una mia dimensione in questo presente,

che scorre inesorabile, incurante della mia  indeterminatezza.

La tua piccola Lilli

Roma, 19 Aprile 2005


 

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