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2019-06-24 13:38:32

Conclusione del progetto: La mia vita è un romanzo, la mia vita è un cinematografo

Una collaborazione feconda

 b_257_192_16777215_00_images_stories_romanzi.jpgLo scorso anno abbiamo partecipato al progetto “Leggere Roma” - promuovendo un percorso di ricerca sulla memoria di Labaro. Insieme con la Biblioteca Galline Bianche volevamo richiamare l’attenzione non solo di quanti desiderano  conoscere la storia locale, ma anche di coloro che ritengono importante la (ri)costruzione di una memoria condivisa attraverso la raccolta di diari, autobiografie, testimanianze, documenti, fotografie, ecc… da conservare nella Biblioteca Galline Bianche.
Il progetto, dal titolo “La mia vita romanzo, la mia vita è un cinematografo” è nato dall’idea di dare spazio alla  parola  di coloro che, soprattutto anziani, abitano a Labaro e nel territorio del Municipio Roma 20. Inoltre si vuole valorizzare il ruolo della Biblioteca Galline Bianche come luogo di promozione della cultura e della pedagogia della memoria.
Labaro, infatti, è una borgata romana costruita da persone che in questo territorio sono arrivate, come migranti, nel dopoguerra, e che si è espanso per diverse fasi storiche: le case popolari, l’edilizia residenziale, le ville nel verde fino ad arrivare, oggi,  alle nuove migrazioni, alle comunità slave, ai nomadi ed altre etnie presenti.  
Si tratta, quindi, un lavoro di conservazione della memoria che va di pari passo con la conoscenza dell’altro nel presente, conoscere significa familiarizzare che a sua volta significa “comprendere” cercando di superare la diffidenza e la paura. Infine vogliamo ringraziare Andrea, Donatella Gianna, Daniela e Valeria  per il loro appassionato impegno nella realizzazione del progetto. Il convegno di restituzione si è svolto l'8 ottibre 2008 presso

la Biblioteca Galline Bianche. Di seguito riportiamo alcune testimonianze.    



Andrea si racconta
(…) Diario, memoria, autobiografia, scrittura: sono termini che hanno un’unica accezione, quella di esorcizzare la propria morte. Chi lascia un ricordo di sé, nel mondo, muore un po’ di meno, paradossalmente. Mi ritrovo in queste parole: ma che vuol dire lasciare un ricordo di sé? Forse che una vita ha valore soltanto se si lascia un ricordo? Tutt’altro: ogni vita è invece degna di essere ricordata. Ed è per questo che lui ha iniziato da qualche anno, con la sua associazione, una raccolta di storie, di autobiografie.
Ecco, questo è finalmente il nostro terreno di incontro. Gianni (ora che il disagio s’è sciolto, comincio a chiamarlo così) mi propone di cominciare a Labaro un lavoro che ha già attuato nel Municipio Roma  5: quello di raccogliere storie di persone del posto. Non sa, con questa proposta, quanto sia passato vicino ai miei desideri, come un’automobile in un tornante di montagna che sfiori veloce il bordo del baratro: non a caso, ho una vertigine di piacere. È una vita che metto su carta parole per dare corpo ai fantasmi della mia memoria, che prendo appunti su tutto quello che mi sfiora per paura che venga inghiottito dal nulla. Che catalogo, analizzo, registro o semplicemente accolgo, anche solo in un angolo della mia mente, fatti nomi esperienze volti dati emozioni amori delusioni. La vita, insomma: che ha sempre bisogno della scrittura per essere esorcizzata, come la morte.
La proposta mi entusiasma e stimola la mia curiosità anche per un altro ovvio motivo: vivo a Labaro da quando sono nato e sono orgoglioso di viverci, fin da quando ero bambino. Sono abbastanza “vecchio” da ricordarmi dei cambiamenti epocali della nostra borgata ed ho abbastanza curiosità per interrogarmi sulla vita passata presente e futura dei nostri abitanti. Potrebbe essere l’occasione finalmente per un viaggio all’interno di Labaro ma anche della mia memoria: un lavoro proiettato nella curiosità di conoscere l’altro ma anche un interno rendimento di conti. Sfilano davanti ai miei occhi, più reali della realtà, volti, nomi, angoli, paesaggi che credevo persi per sempre: il vecchio calabrese con la moglie che mi incontrava tutte le mattine sulla Flaminia e mi diceva: «Ricciuli’!», carezzando con la voce la mia figura di bambino; le capre, gli arieti e i montoni che mi accompagnavano la mattina per la salita di via Bellagio, mentre andavo alla scuola elementare; il vecchio campo S. Melchiade e le partite del Labaro; la pineta sui monti, che arrivava fino ai Colli d’oro ed era meta delle nostre (brevi) gite fuori porta. Tutte cose ormai vinte dal tempo, perse chissà dove, nei naufragi di chissà quale memoria.
Ecco, mi sembra che il progetto prometta di ridare corpo a questi fantasmi e nello stesso tempo di interrogarci sulle nostre esistenze: raccogliere storie, stimolare la propria e l’altrui memoria, significa fermarsi a riflettere, dare un valore al tempo, alla propria vita, al proprio arco esistenziale. Significa condividere i propri ricordi, e quindi le emozioni. Significa conoscere e quindi rispettare la propria vita come quella altrui, in nome delle rispettive, fertili diversità. Parole che sono fondamentali in ogni tempo di crisi, di disorientamento, di distacco dalle proprie coscienze. In un tempo come questo.
Progetto non poco ambizioso, nascosto dietro l’apparente calma con cui Gianni formulava la sua proposta. Anche perché se ogni vita è degna di essere ricordata, come si fa a scegliere, a mettere su carta una vita piuttosto che un’altra? Perché scegliere? E quante, quante vite, nel corso delle migliaia d’anni dell’umanità sono ormai passate ed il loro ricordo è ormai perso, filtrato da chissà quanto tempo nella memoria collettiva? E chi vive senza essere ricordato, vive inutilmente?
No: chi vive senza ricordi, vive inutilmente. La memoria ci fa vivere meglio. Il tempo passa su tutto, uniforme e monotono, come questa pioggia timida ed insistente di inizio marzo. Vincerà lui. Ma un ricordo che sorge è una piccola battaglia vinta contro il tempo (…).


b_150_100_16777215_00_images_stories_090225-cinematografo-S.jpgValeria (studentessa in tirocinio) racconta la sua intervista

Arrivo a Labaro in un caldo pomeriggio di giugno, io e Daniela abbiamo appuntamento con Andrea che ci accompagnerà dalle signore che dovremmo intervistare, sono due: la mamma di Andrea ed una signorina che gestisce una merceria insieme alla sorella. Io e Daniela non conosciamo il quartiere, è Andrea che ci guida, silenziosamente…per rompere il silenzio ci mettiamo a parlare dell’ Università, del lavoro e di come il suo quartiere è cambiato nel corso degli anni.
Fa caldo e per le strade c’è poca gente.
Chiediamo qualche informazione sulle signore che dovremmo intervistare. Dobbiamo decidere come dividerle tra me e Daniela. Andrea ci consiglia di far intervistare sua madre Enza da Daniela e la signorina Orles da me. Gli chiedo perché e lui mi dice che è una signorina molto composta, formale e che io sarei stata più adatta. Rifletto su come gli altri ci vedono e sulla percezione che ognuno ha di se stesso.
Arriviamo alla merceria, Andrea e Daniela entrano insieme a me, dopo una breve presentazione si allontanano per andare a casa di Andrea dove la mamma li sta aspettando. Io resto nel negozio, mi presento alle due signorine, non capisco bene i loro nomi e il mio solito imbarazzo iniziale mi impedisce di chiederglieli nuovamente. Andrea mi dirà in seguito che si chiamano Orles e Asterope, mi pento per non averlo chiesto direttamente a loro, sarebbe stato interessante chiedere la provenienza di questi nomi tanto particolari.
Inizio l’intervista, sono un po’ impacciata, è la mia prima intervista “ufficiale” e temo di combinare qualche pasticcio, come non registrare correttamente o non riuscire a far parlare la mia interlocutrice…la signorina Orles invece parte in quarta, parla di Labaro, delle fornaci, dell’alluvione…allora io mi calmo, smetto di pensare a quale domanda dovrei farle o a come posizionare il registratore e comincio ad ascoltare, ad osservare ciò che mi succede intorno. Penso alle sette regole dell’arte di ascoltare/rsi e dell’osservare/rsi di cui Gianni ci ha spesso parlato, alla capacità di ascoltare senza dare giudizi  e a come porsi nella giusta prospettiva.
Mi accorgo che il tempo scorre velocemente, che sono calma e piacevolmente interessata alle parole della signorina Orles. Lei, seduta su uno sgabello, mi racconta del suo lavoro, della sua famiglia, è molto composta e mi fa sorridere il fatto che mi dia del “Lei”, ho provato a dirle che poteva darmi del tu ma niente…è bello immergersi in un altro tempo, in altri ricordi che non ci appartengono…esplorare mondi possibili.
Mi accorgo che mentre la signorina parla, alcuni ricordi affiorano nella mia mente, da quando non ho più i nonni li cerco spesso nei gesti e nelle parole degli anziani che incontro.  Anche un piccolo movimento della mano o una frase detta in un certo modo mi fanno pensare ai miei nonni. Credo sia un modo per continuare a sentirli vicini.
Concludo quella che ora è diventata una piacevole chiacchierata, la mia ansia è scomparsa, è stato bello immergermi in quel mondo, in quella merceria ordinata e pulita, rinfrescata dall’aria condizionata.
Penso a come sia importante far parte di una comunità, vivendo il proprio quartiere insieme agli altri, senza isolarsi e senza ritirarsi a causa della diffidenza o della paura dell’altro, dell’estraneo. Perché la nostra non è l’unica storia possibile ma è intrecciata a quella di tutti quelli che incontriamo e che sono interessati a farne parte.
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La signora Maria
Siamo venuti a Roma dall’Emilia nel ‘31….io avevo una decina d’anni perché sono del ‘21, non abbiamo preso il dialetto romanesco perché i nostri genitori avevano un accento forte.
 Noi abbiamo aperto nel ‘54….54 anni fa…la nostra vita si è conclusa qui, però abbiamo avuto soddisfazioni, abbiamo lavorato ma non tribolato per fare i quattrini, perché i clienti venivano, nella zona mancava proprio un negozio cosi…
Papà aveva il suo lavoro, mia madre ha fatto sempre la casalinga, non abbiamo fatto studi universitari, però 4 più 4 lo sappiamo fare! Anche perché le femmine non è che una volta le facevano studiare tanto, dicevano tanto trovano marito…e invece noi non lo abbiamo trovato…veramente se volevamo…però non ci conveniva egoisticamente parlando…qui disponevamo di quello che volevamo perché il guadagno c’era. Potevamo andare dove ci pareva, invece una volta il marito, una volta la casa, una volta i figli qui non si poteva più venire per lavorare, così abbiamo optato per il commercio invece che per il marito!
Abbiamo sempre curato i genitori, mia madre è morta a 92 anni, mio padre a 86, siamo stati in famiglia perciò non c’è mancato l’affetto, anzi, noi a casa avevamo mamma che faceva tutto…
Prima si sposavano giovani, mia madre si è sposata a 19 anni, ci saranno state le famiglie disgraziate, perché non è che s’incontra sempre un marito o una moglie perfetti, però andavano avanti, adesso invece alla prima cosa…innanzitutto all’uomo bisogna sempre dare un po’ più d’importanza, una volta, invece, non era così, le guerre le fanno loro, le fatiche più grosse le fanno loro, le invenzioni le fanno loro…perché non dobbiamo riconoscergli questa superiorità? Tanto gli uomini non ci sentono, perciò…
Parlando della storia di Labaro ricordo quella volta dell’alluvione, qui c’eravamo allagati perché la pioggia ha portato giù di tutto, è stato un diluvio…la marana straripava, portava giù tutti i detriti, fieno, paglia, buoi, cavalli, li hanno trovati tutti annegati, erano rimasti bloccati al ponticello di Costantino. Morì anche un vigile del fuoco per andare a sbloccare il ponte, hanno fatto un giardinetto con la lapide in sua memoria…lui non ce l’ha fatta perché l’acqua era troppa, anche sulla Flaminia, io stavo qui e tutt’un botto sono uscita, sono andata a vedere fuori e stavano tutti sott’acqua, allora ho iniziato a levare la roba da sotto per salvarla...vabbè...non è stato niente in confronto a quello che hanno perso gli altri. Il giorno dopo la gente aveva cercato di salvare il salvabile come ho fatto io no? E tanti avevano messo i mobili di fuori, per farli asciugare. Nella notte è venuta quest’altra ondata di acqua e si è portata via anche quella roba li…mi ricordo che quelli di via Veientana poveracci sul tetto stavano! Sul tetto si sono salvati. Dopo di allora hanno cominciato a bonificare.
Eh...siamo diventati poveri….io mi ricordo, all’epoca che sono nata io, le insegnanti, le professoresse avevano un tenore di vita…anche l’aspetto, un certo tono di distacco dal popolo, dal popolino…a quell’epoca eravamo educati diversamente, però avevamo tutti una dignità, naturalmente il povero si inchinava al ricco perché aveva bisogno di lavorare...però…non era così malandato…avevano sempre tanta educazione, prima c’era una mentalità sempre rispettosa, adesso invece non c’è e questo da fastidio.
Labaro è cambiato un po’, è diventato un quartiere, sennò prima era una borgata….c’era un cartello anni e anni fa dove c’era scritto “Borgata Labaro”.

Clara
Mia madre si sposò a quindici anni e mio padre ne aveva diciannove. So’ scappati. Erano in Abruzzo e mio padre era un bell’uomo. Tutte le ragazze dicevano: “Ah, fa la corte a me”, “No, fa la corte a me”… E invece faceva la corte a mia madre. Aveva quattro fratelli e l’unica femmina era lei. Era una famiglia benestante, aveva un negozio di calzature. E invece lei è scappata e i quattro fratelli, anche quando io ero cresciuta – c’avevo diciotto-vent’anni – a mamma non la guardavano ancora in faccia. Più che altro per lo smacco… Quattro fratelli! La tenevano come un oracolo. Dice: “Va a prende’ il pane, va a fare ‘na scappata”, mio padre stava sempre lì davanti, perché era innamorato pazzo. È venuto co’na macchina, dice: «Scappiamo, tanto non c’è niente da fa’, non diranno mai de sì», e mamma: «Sì, sì». Scapparono e papà se la portò a Lanciano, dalla madre. E da Guardiagrele i fratelli girarono dappertutto per ritrovarla. E non le hanno più parlato. Io mi ricordo che lei mi portava a trovare ‘sti zii, però a me mi parlavano, a lei non la guardavano in faccia.
Io sono nata a Monterotondo. Mio padre lì lavorava alle fornaci di Mariani: era fuochista. Poi lo chiamò Molinari e venne qui, a Saxa Rubra, dove c’erano tutte fornaci. Abitavo a Vicolo del Labaro, in quella palazzina dove c’era la vaccheria, da cui poi ricavarono dei miniappartamenti… C’era solo la villa di Sansoni e lì era tutto largo, non c’era niente, era aperta campagna: c’era solo ‘sto Vicolo del Labaro, dove sta il bar, l’alimentari.. La casa che stanno costruendo adesso, proprio alla piazza del Labaro, di fronte al negozio che c’aveva Arnaldo, prima era una villa ed apparteneva ad un gerarca fascista. Più su c’era anche quella bellissima villa, all’incrocio, che poi hanno lasciato così. Adesso la stanno risistemando. Dice che era contestata dagli eredi.
Io me ricordo tutto. Strano, perché so’ del ’34, adesso ho 74 anni. Però m’è rimasto tutto aperto. Dal tempo dei tedeschi, dei fascisti. Io ho avuto un bel ricordo, tanto dai tedeschi quanto dagli americani. I tedeschi avevano un accampamento grandissimo giù ai Sette Villini, giù dove abita Luigino, il padrone della frutteria: lì c’era proprio la mensa dei tedeschi. Era tutta una tendopoli. Avevano fatto le mense, le camere per loro, i letti… E mi ricordo questi autotreni che venivano, carichi di roba da mangiare, dalla Germania.
Ci portavano giù per farci mangiar con loro. Per questo non ho un brutto ricordo di loro. Ci mettevano in fila con loro, i tedeschi e i ragazzini, e coi piatti ci davano da mangiare. E mangiavamo lì, sennò morivamo di fame, non c’era niente qua. E poi, l’arrivo degli americani, qui dove sta i “4 Pini”, sotto lì era tutta campagna. Venivano gli americani, con le cannonate. Noi dovevamo star riparati perché sparavano via terra, ad alzo zero. Dopo essere passati venivano le ambulanze per raccogliere i feriti: io ho visto proprio i tedeschi maciullati, senza braccia, senza niente. Strano che non m’ha shockato questo fatto.
Mi ricordo che fu ucciso un tedesco: lo ammazzarono proprio sulla strada per andare a Prima Porta, poco dopo via del Labaro. Allora fecero un rastrellamento: presero dieci persone e le portarono sopra il monte che allora stava dove poi hanno fatto il Raccordo.

b_253_191_16777215_00_images_stories_lettura_libro.jpgVezio
Mi ricordo quando ero piccolo, avevamo una 500… Era l’unica macchina di Labaro, stava nella casa del Commendatore, a via del Labaro. Eravamo giovanottacci, io, Gino Di Nicola, ce stava il fratello di Filippo Rinaldi, Giuseppe. Tutto il giorno stavamo a combatte’ attorno a quella macchina per vedere se partiva. Vroom Vroom… C’aveva i fanali tutti de fori, il cambio de fori, il freno de fori… La sera, quando dovevamo parti’, per andà magari, che ne so, a Piazza del Popolo, a mangià una pizza, era una commedia… Una volta eravamo in cinque, in quella macchina. La portava sempre Rinaldi, me sembra. Ce semo fermati a metà de Villa Borghese, eravamo usciti da Piazza del Popolo, da una pizzeria che era lì, e se ferma la macchina… Stavamo pe’ spigne: «Fermi, nun scendete, che mo’ ingrano la marcia indietro, una bottarella e partimo». È partita la macchina: però abbiamo fatto Piazzale Flaminio-Ponte Milvio tutto a marcia indietro! Un’altra volta dicemmo: «Andiamo a balla’ a Monterotondo»: c’era una sala da ballo, allora. Ci facevano il cinema. Pe’ andà a Monterotondo o passavi pe’ Roma, perché il ponte non c’era, o si passava per la Tiberina, Ponte del Grillo, quando ancora non c’era il ponte del Grillo: c’era un barcone, che si prendeva scendendo sull’argine del Tevere. Un barcone attaccato a una corda metallica: il barcarolo, co’ un remo, trasportava de qua e de là la gente, macchine, bestie, quello che c’era. Se sapeva. Che facevamo? Lì c’entravamo a marcia indietro, col motore in moto. E il barcarolo faceva la traversata, in modo che quando ci trovavamo di là, stavamo a faccia avanti. «Ahò, non fate più tardi di mezzanotte, perché io stacco, eh?», diceva il barconiere. Vroom, vroom, je davamo ‘na spinta e la macchina usciva fuori; e questo dal barcone: «Me raccomando, eh?». E mentre s’allontanava, noi non gliela facevamo più a spigne’ la macchina, la macchina veniva a parte dietro: «Ohhh!». E quello a mettese sotto, sennò andavamo dentro al fiume. Quando stavamo a sede dentro la 500 vedevamo la strada, perché non c’era più il fondo. Una sera semo ritornati che pioveva: tutti fradici. Perché la macchina era sfonnata, era una battaglia co’ quella 500 del commendatore. Quanno se doveva partì la sera, non partiva più. Allora tutti a spigne, sulla Flaminia: si metteva in moto dopo le Due Case, ma era l’unica macchina che c’era…

Giuseppina
A quei tempi i napoletani venivano da Napoli pe’ lavorà, per guadagnarsi qualche cosa. Guadagnavano tanti soldi. Io cucinavo la sera, aiutavo mio marito a fa ‘o fieno, giù ‘a marrana, giù alla Piana, giù a’o passaggio a livello: era tutto ‘nu sgarrupo là sotto. Noi ci facettemo ‘o fieno, l’abbiamo venduto e l’abbiamo mandato a Napoli: ‘sti ragazzi ‘a sera, quanno staccavano da lavoro, mentre io facevo da mangià, una pentola de maccheroni, la pasta e fagioli, aiutavano a fa’ il fieno a mio marito. Le vacche nostre non se lo mangiavano e così lo vennevano a Napoli. Loro aiutavano all’orto a mio marito, a zappà a vangà: noi abbiamo guadagnato tanti soldi con questi. Vendevamo pe’ tanti anni ‘o latte alla centrale, facevamo ‘e mozzarelle. Certe volte, la mattina, passava la centrale del latte, mio marito non era pronto col latte e dopo che ci facevi? Lo facevi quaglià: le scamorze, le mozzarelle, le caciottine fresche. Vennevamo all’orto, a quella gente: facemo conto col latte, quanto pigliavano, cento lire?, e co’ quella roba c’avevano a piglià cento lire. Abbiamo sempre lavorato notte e giorno…
Noi non eravamo l’unica frutteria, ce n’era pure un’altra, dove sta il barbiere adesso. Quella casa c’è stata sempre. Non era così grande, era una baracca. Poi hanno fatto un casamento. Là ce stava l’altra frutteria. Poi se n’è andata, pecché noi c’avevamo la roba fresca dell’orto, qui ai Sette Villini era pieno de rolba. C’era Cinzio, che aveva i castorini là sotto. L’aiutava mio marito, che era un uomo impagabile. Quando stavo male me veniva lui a mungere le vacche, io non ‘o sapevo ffà. I castorini di Cinzio erano pure era una rendita enorme…  Co’ i castori ci facevano le pelli. Ma tanti ce ne stavano, tanti. Ci stanno ancora le gabbie, se ci si fa caso, quando vai ai Sette Villini, davanti ‘a prima casa, dov’hanno fatto il Lavaggio delle auto. Lì era tutto squadrato, veniva l’acqua potabile e la davano in mezzo all’orto.
Una volta c’è morta una vacca che faceva tanto latte, tutt’a ‘na botta c’è morta. So’ venuti i carabinieri, ce l’hanno fatta a pezzi. Mio marito a piangere, non la voleva sotterrare, la voleva vendere come carne. Perché non era morta di malattia, era morta perché je avevamo dato l’erba medica. L’erba medica, se la dai fresca, se non la dai un po’ appassita, fa male. ‘Sta vacca morì e mio marito lo volevano porta’ carcerato perché non voleva tagliarla, ‘sta bestia. Je diedero fuoco co’ la benzina. Il macellaio Alceo la voleva vendere come carne di bassa macellazione. Noi eravamo amici co’ Alceo e la moglie Giuseppina: che brave persone. Giuseppina era ‘na mamma.
Il negozio l’abbiamo aperto che Luigino era grande. L’ufficio d’igiene non c’ha dato più il permesso di tenere le vacche. E quanno hai levato le vacche, l’orto non lo potevamo fa’. Lo stabbio dove lo pigliavamo? Solo coi concimi la roba non te veniva bene. Non è come adesso, che do lo stabbio sull’orto mio, qua. Non lo vendevano, allora. E poi non ti conveniva.

Italo
La cosa più spettacolare è stata l’alluvione. Qui sopra alla Flaminia c’era un metro e mezzo d’acqua. Qui sotto da me ce n’erano cinque metri e venti, cinque e trenta, fino al secondo piano. Perché stavamo più bassi. Due piani d’acqua. Non s’è capito ancora perché è venuta. È stato un mistero. Chi dice che avevano sbarrato la marana, mentre giravano, mentre facevano il cinema su alla vallata, che ancora ci sta qualche cosa… Dissero che avevano sbarrato per fare un laghetto, chi lo sa… Fatto sta che qui l’acqua cresceva come in un bicchiere…
È andato sotto tutto. Però Prima Porta veniva allagata da un’altra acqua. I sei metri della piena di qui non c’entravano niente con quella di Prima Porta. La vallata nostra, qui, veniva giù. Dicevano che s’era rotto il Peschiera… Poteva essere: portava tant’acqua. La prima volta è venuta ed è arrivata a cinque metri e venti, la seconda volta, invece, non è arrivata al primo piano. La notte era uno spettacolo qui. C’erano i riflettori dell’esercito sopra il Raccordo, che illuminavano tutta la vallata. Bestie che galleggiavano sull’acqua: vacche, maiali… Arrivavano qui vivi, perché i vaccini galleggiano. Addirittura, verso mezzanotte, sono arrivate delle presse di paglia, sopra tutte galline, creste rosse illuminate, che si vedevano sopra l’acqua. Si vede che queste galline andavano a dormire sopra la pressa della paglia, l’acqua è arrivata, le ha alzate, e so’ rimaste ferme sopra alle presse della paglia. Gli animali saranno stati anche impauriti, ma qui era una rivoluzione… Con l’acqua avevano paura sicuramente, loro arrivavano fino alla diga e poi andavano a finire dentro al Tevere, finito lì… Non ci sono stati morti, se non il pompiere Borghi, qua, che c’è ancora la lapide. Fortuna che tutto è successo alla sera alle 6, le 7, che se fosse capitato a mezzanotte, qui ci sarebbero stati duemila morti, perché le case, a quell’epoca, erano tutte fatte a un piano. Tutte iniziate. Tutte ‘ste case che si vedono adesso, qui vicino a questa casa, quando venne l’alluvione erano tutte a un piano. Tutte cominciate allora: la gente dormiva ai primi piani. E se veniva quella piena lì, che trovava tutta la gente dentro casa, non se salvava nessuno. Invece sopra al Raccordo c’era una marea de gente, che da Roma arrivava al Raccordo e poi se fermava lì. Nemmeno io so’ potuto torna’ a casa, c’avevamo i figli piccoli, uno c’aveva quattro anni, uno era nato allora… Mia moglie e il bambino stavano dentro, io e mia madre stavamo fuori. Stavano tutti qui a casa mia. Perché tutti gli inquilini di sotto avevano paura perché questa gran corsa di acqua, che trovava il Tevere leggermente più basso, che portava via gli alberi, portava via di tutto, metteva una gran paura: “qui se scarica casa”. Poteva anche succedere. La casa di Vaccarini, dove sta il bar, è fatta a volte: in un paio di locali la pressione d’acqua le ha sollevate. Se andiamo a vedere sulle scatolette della luce, ancora c’è la polvere dell’alluvione. Al primo piano di questa casa, la piena ha aperto le porte: i mobili dell’appartamento a destra hanno attraversato il pianerottolo e sono entrati dentro a quello a sinistra…

pastarchives.jpgCecilia
Siamo venuti a Labaro per via del lavoro di papà. Faceva il meccanico in fornace, faceva gli stampi del materiale: i foratoni, le tegole, tutte queste cose così. Mariani c’aveva una fornace a Ponte Milvio. Da lì hanno trasferito mio padre quassù, perché questa fornace era nuova ed io so’ cresciuta quassù. So’ circa una quarantina d’anni che le fornaci hanno chiuso. C’era quella di Sacripanti, ma qui erano proprio tutte fornaci. C’era quella della ceramica, dove adesso c’è la Microstampa. Lì ci lavorava mio fratello: faceva il meccanico. Le fornaci hanno chiuso suppergiù tutte assieme: il motivo preciso non si sa, ma le cause sono state tante. I padroni che stavano da Mariani se so’ invecchiati, i figli hanno preso un’altra strada e hanno lasciato una fornace che era sempre dei Mariani, su a Monterotondo scalo…
A Labaro ci lavoravano tutti: le donne, gli uomini, tutti. Per la stagione estiva, come adesso, venivano dalla Toscana, venivano dalla Calabria e facevano i mattoni a mano, sulle aie. Facevano la malta come facessi la calce: con la terra che c’avevano, la scaricavano, con l’acqua facevano un impasto, scalzi fino a metà gambe, l’impastavano con la vanga, la lasciavano ferma, la mattina la mettevano su un tavolo: da una parte c’avevano un tavolo con la sabbia, il tavolo grande c’era ‘sta malta, c’avevano lo stampo, passavano la sabbia nello stampo, ce mettevano la malta sopra, la spianavano e poi la giravano sottosopra. Io in fornace non c’ho mai lavorato, anche dopo che ci abitavamo. Mamma invece ci ha lavorato, però non con i mattoni a mano. Quando facevano i mattoni con la macchina, che mamma lavorava, tre mattoni pesavano tredici chili: crudi, usciti dallo stampo. Li prendevano dal carrello e li rigiravano. Ne hanno fatto tanti. Tanti, tanti, tanti, proprio. A migliaia. Facevano i mattoni, facevano la cortina, facevano i foratoni con gli occhialoni, i foratini a tre buchi, i forati a sei buchi. Materiale ce n’era tanto e nel 1950, quando è stato l’Anno Santo, papà fece lo stampo dei sampietrini. Ce ne avevo uno per ricordo, m’è sparito, non so che fine ha fatto. I sampietrini si facevano con la terra normale, quella che ce fai i mattoni. La stessa cosa. Poi accendevano il forno, il forno a 90° anche d’estate, quando andavano a scolla’ il materiale cotto. C’era il forno tutto ad ovale: da una parte sfornavano i mattoni cotti, mano a mano che erano pronti, facevano il giro, mettevano quelli crudi e se correvano sempre appresso: quelli crudi e quelli cotti. Tutto a mano! Se facevano le manine con le camere d’aria delle ruote del camion: facevano tutti i buchi, se le mettevano uno qui e uno qui per non sporcasse le mani quando prendevano il materiale. Però quanto era bello viverci …
Noi ragazzini siamo venuti su proprio col Fascio. Mi ricordo quando andavamo al Fascio, a via della stazione di Prima Porta: il sabato s’andava a fa’ ginnastica ed eravamo vestiti da Figli della Lupa. Poi quando è venuta la democrazia, mamma diceva: «Ceci’, prima erano neri fino alla cinta, adesso so’ neri fino da piedi, ma so’ sempre loro!».

Il dialogo di Anna e Nadia
A.: Qui c’erano due case sole…
N.: Apposta era chiamato Due Case Labaro…
A.: Ce n’erano due sole.
N.: C’era la vaccheria qui, quella di fronte alla casa di Scardino, dove ci sta il macellaio… E che c’erano due case giù?
A.: C’erano due case, dove sta “Il Trenino”. L’hanno buttata giù quella casa, manco ci sta più…
N.: Quella sulla ferrovia?
A.: La casetta che stava in mezzo alla strada, alla curva…
N.: Ah sì, sulla Flaminia c’era tipo un muraglione e sopra c’erano due o tre casette…
A.: No, una.
N.: Vabbeh, era intera, era un caseggiato lungo…
A.: C’erano due case, due case sole…
N.: Due case: aggiudicato da lei!
A.: Eh, due case… Quelle c’erano! C’era dove stava Corrado, adesso c’è il ristorante, sor Giulio e quelle erano le due case…
N.: E poi a Labaro non c’era niente, vero?
A.: E qui erano tutte vaccherie. Le case non c’erano… C’era solo il vaccaro, che lavorava co’ le bestie, faceva lu latte, lo portava alla centrale…
A.: Prima abitavo, davanti alla scaletta.
N.: Sapete Guiduccio? Lì di fronte, ci so’ le casette. Hanno abitato prima lì, poi da lì…
A.:…ai “Quattro Pini”, dove sta la trattoria.
N.: Lì ci siamo stati tanti anni. Io c’avevo dieci anni quando sono venuta ad abità qui. So’ nata lì. Ai 4 Pini.
A.: E da qua non me so’ mossa mai… E de qua sempre vaccherie e c’era la casa dove sta la barista… Fino da Catalini, dove c’era la cava…
N.: Catalini? Catalini non la conosco…
A.: Non lo poi conosce’, ancora dovevi nasce… È morto il giorno di S. Antonio, è saltato alla cava…
N.: Ah, ecco perché c’è il S. Antonio sotto alla chiesa di S. Melchiade… Lì c’era la cava e c’è morto questo signore, il giorno di S. Antonio.
A.: Stava mettendo una mina alla cava. Poi non gli è scoppiata. Allora è andato a vede’, è andato a vede’, non era uscita. E gli è scoppiata proprio mentre era lì. Era il giorno di S. Antonio.

Alessandro
Mi ricordo che da ragazzino mio nonno mi diceva: “Chi sei, italiano o greco?”. “Greco, nonno” perché mi dava la moneta. Invece papà mi chiedeva: “Sei italiano o greco?” “Italiano, papà” così mi dava la moneta. Tra l’altro, anch’io  sono sposato con una greca. Io sono 50% greco, i miei figli,  Andrea e Alessio, sono 75% greci. Però, se mi chiedi se sono greco o italiano, ti rispondo italiano perché la mia cultura è italiana, la mia lingua madre è l’italiano, così come loro ti diranno che sono italiani. Nei primi anni in cui stavo qui, noi partivamo – cinque ragazzi e cinque ragazze – andavamo a piedi lì dove c’è la rotonda con un giradischi: c’era la pineta, una vecchia casa diroccata, e ci mettevamo a ballare. Era tutta campagna. Più o meno dove ora c’è l’edicola [Piazza Arcisate]. Se vedi le vecchie foto di Prima Porta, trovi “Giovanni di tutto un po’”, una specie di emporio che vendeva tutto, dove adesso c’è le “Grotte di Livia”. E’ il padre di Cesare Francellini, l’attuale proprietario delle “Grotte di Livia”. Poi c’era l’ufficio postale, subito dopo, sulla salita, dove oggi c’è la macelleria; c’era la chiesa, che ancora oggi si vede, sulla salita. C’era il ristorante “Da Barbetta”. Non c’era nient’altro.

La mamma di Gabriella
La casa è stata costruita piano piano, il sabato e la domenica. Ho fatto un po’ di tutto, pure la manovale perché mio marito faceva il guardiano e lavorava notte e giorno. Quando ci siamo trasferiti definitivamente, la casa era già abbastanza avanti e ci siamo sistemati sotto, al piano terra.
La zona era ancora all’inizio, ma c’era già chi ci abitava da qualche anno: le casette erano piccole, prive di servizi come l’acqua, per esempio, ma avevano la corrente elettrica. Infatti, veniva, su prenotazione, il carro-botte del comune che forniva l’acqua per bere e per cucinare.
Tutti avevano un pezzo di terra da coltivare, ma con grande fatica e difficoltà a causa della mancanza d’acqua. Noi, per esempio, lo innaffiavamo con quella del pozzo. Gli altri, invece, la conservavano nei secchi per le patate, i fagioli, ecc. Molti avevano non animali grandi, ma i conigli, per esempio, e le galline.
La scuola era giù a Labaro. Io andavo a piedi laggiù anche tre volte al giorno per accompagnare due mie figlie a scuola: l’altra la riportavo con me. Poi ritornavo giù,  ne ritiravo due e lasciavo la terza. Tutto a piedi. Abbiamo trascinato fango e polvere per ché le strade non erano asfaltate: d’inverno era fango, d’estate era polvere. Non c’erano neanche le fogne. Infatti avevamo, come tutti, il pozzo nero: poi abbiamo regolarizzato la costruzione e abbiamo avuto tutti i servizi. Dopo 15-20 anni hanno cominciato a fare le strade, la scuola qui sotto: hanno fatto i gradoni, è bella larga la strada. Si cammina bene, mentre prima era un viottolo tutto pietre e terra. Insomma la borgata si è sviluppata abbastanza.
Però abbiamo penato molto, abbiamo dovuto  lavorare tanto.

Gabriella
I collegamenti con la città all’inizio sono stati molto difficili, pur essendo tanto vicini. L’autobus, per esempio,  è arrivato dopo la costruzione delle strade negli anni 1973-1975. Prima avevamo delle navette e poi la linea 202, che i collegava con Piazzale Flaminio, tolta succesivamente per la connessione con il treno. Adesso ci sono più linee, ma tutto si ferma a Labaro, che comunque è collegata bene (anche con l’ospedale S. Andrea).
Gli spostamenti, allora, erano a piedi o in auto, e poi il trenino. Io le scuole medie le ho fatte a via Ripetta perché il treno era più comodo e più frequente dell’autobus; perciò mi potevo organizzare con l’orario. Invece l’autobus qualche volta saltava una corsa, era sempre pienissimo per la presenza dei lavoratori e degli studenti, il cui numero aumentò grazie alla scuola media unificata. Prima molta gente si fermava alle scuole elementari: le bambine venivano mandate a fare le sarte, le parrucchiere, i lavori professionali. Poi un bel gruppo di noi è andato alle scuole medie, e successivamente alle superiori e all’università. Da quel momento fummo in molti a prendere i mezzi pubblici: la differenza è che le bambine continuavano.

Nonna Lina
Noi avevamo anche la parrocchia di Grottarossa, Labaro per noi  era il centro  più case, più negozi , la macelleria il centro era là via del Labaro, facevamo anche delle feste c’era la sala da ballo, adesso è abbandonata una volta il centro era lì.
Per noi è ancora il centro per i negozi, qui alla “Piana” i negozi non si sono mai sviluppati Alcuni che hanno aperto hanno chiuso, forse perché  la gente è soprattutto anziana,  hanno la loro casetta, il loro appartamento, e più di quello non spendono.
C’era un negozio di vini e olio: andava bene i primi tempi  anche la frutteria ha chiuso perche la gente andava al mercato. La gente va al supermercato  anche il negozio biologico ha chiuso.

Paola, amica di Nonna Lina
Però la mia gioventù l’ho passata benissimo infanzia , giocavamo facevamo le macchine con i mattoni, facevano i tacchetti delle scarpe con i pezzi dei mattoni che mettevamo dentro le scarpe tutte queste  cose che adesso sono stupide
Per loro per i ragazzini di oggi di dodici , tredici, quattordici anni ci mettevamo giocare con le bambole, con le pilette con la cucina ci riunivamo tutti quanti eravamo
Dieci quindici ragazzini maschi e femmine facevamo da mangiare una cosa stupenda, l’altalena andavamo a fare le more e la frutta che ce n’era tanta, andavamo a fare le rane, le  lumache, c’era una signora che aveva tipo una  fattoria, che aveva i maiali le pecore, le mucche tante volte andavamo a pascolare insieme alla figlia. Era proprio bellissimo. Era proprio bello,  bello.

 Enza {mosimage}
“Quando sono arrivata a Labaro non c’ era niente. Era il 56, io avevo 20 anni. Venivo da Viterbo, una cittadina... mio padre era ferroviere. C’ erano le galline, i maiali! Non c’erano il cinema, i giornali.. Fino al ‘70 c’ era un’unica fontanella dove la gente andava a prendere l’ acqua!!
Io Ho cambiato tante case…  prima a Civita, poi siamo stati sfollati quando c’ era la guerra e siamo andati a Calcata. Lì  non siamo stati male perchè la gente ci voleva bene, “porelli – dicevano - so’ sfollati!”..  Io lì ci ho fatto pure la comunione, me ricordo! L ho fatta insieme a mi cugino, che era grande come me.. tutti dicevano : “ se tante volte  se muore, porelli, almeno si sono fatti la comunione!!….Mia nonna  era di Calcata. Quello era un paesino dove se poteva solo entrare all’ epoca, mentre adesso ci hanno fatto la strada.. infatti i tedeschi ci sono venuti una volta, però dopo non avevano la via d’uscita, quindi hanno messo paura un po’ a tutti e  se ne so annati..
Papà mio lavorava anche quando stavamo a Calcata, alle ferrovie. Partiva la mattina da Calcata, arrivava a Civita, annava a piglià servizio e poi la sera ritornava a casa.. erano 15 km ad andare e 15 a tornare! non poteva camminare per la strada normale perché c’erano i bombardamenti! Nonna mia, invece, la mamma di papà, veniva a lavorà a Prima Porta, faceva la contadina.. lavorava tutto il giorno e poi la sera diceva “andiamo a passeggià a Roma?” Dopo aver fatto la contadina per tutta la giornata, pensa un po’.. certo noi adesso.. siamo sempre stanchi..
Già da Prima Porta a Roma, guarda che è parecchio!non c’ erano i mezzi e andavano a piedi.. a passeggiare! Ora ci sono tutte ste comodità! Io ogni volta che faccio la lavatrice ci penso.. perché io me lo ricordo come si faceva prima anche se ero piccola!! Quando stavamo sfollati lavavamo al fiume! Ovvero mamma lavava al fiume, noi andavamo li per divertirci! Già era lontano.. poi andavi giù e si mettevano a lavare lì i panni in ginocchio! Per me la cosa più bella che hanno inventato è stata la lavatrice!Prima al fiume, sopra un sasso.. tante volte poi te scappava via un panno e c era la corrente che te lo portava via!!  Invece a Civita c’ era il lavatoio:  una stanza grande, una vascona grande grande… le donne stavano tutte in fila ed ognuna ce lavava di tutto.. e allora ci veniva l’ acqua tutta sporca! Mamma annava a lavà alle tre di notte quando non c era nessuno e l’ acqua era tutta pulita! sennò era uno schifo! i ragazzini che facevano la popò.. mica come mo che ci stanno i pannolini!
 Poi qui a Labaro è stato eclatante quando ha fatto l’ alluvione…Nel ‘70 mi pare. Non aveva piovuto per tutta l’ estate e c’ era proprio una terra arida! poi ha cominciato a piovere e non si fermava mai! Io ero all’ ultimo piano, mi affaccio ed urlo: “papà guarda il Tevere come si è gonfiato!”
 E lui : “ma sei scema! Mica è il Tevere! Il Tevere sta dall’ altra parte di qua!all’ altra finestra!questa è l’ acqua!”.   Pensa che  queste casette di sotto stavano piene d acqua!la gente sui tetti! Ci sono stati pure i morti! Na quindicina mi sa! Perchè qua c’ e un ponte, qua sotto… il ponte romano .Lì la gran piena che io avevo visto si è portato via delle balle di fieno che  hanno fatto da sbarramento e l’ acqua è venuta tutta di fuori, si è portata via la ferrovia,un macello!! Non c’ era la luce, non c’ era più l acqua, l’ esercito stava su, alla ferrovia, cucinava alla gente:  stavamo a  casa da mia zia…

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