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2009/2010 - Municipio Roma 5 - Costruire una Mnemoteca scolastica PDF Print E-mail
Progetti - SCUOLA
Sunday, 08 November 2009 12:48
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Costruire una Mnemoteca scolastica

Il 27 novembre 2009 alle ore 15.00, presso dell’Istituto di Istruzione Superiore di Stato “Sibilla Aleramo”, via Stanislao Cannizzaro 16, avrà inizio il laboratorio di formazione e di ricerca autobiografica che ha l’obiettivo di costituire la Mnemoteca della Scuola.

 

Anno scolastico 2009 -2010

L’iniziativa scaturisce dall’adesione dell’Istituto al progetto “Il paesaggio umano e la memoria” che l’Associazione Spazio Tempo per la Solidarietà e la Biblioteca comunale Mozart stanno realizzando, con il patrocinio scientifico della L.U.A.
Il laboratorio di orientamento sul metodo autobiografico si concretizzerà in un programma di incontri rivolto agli insegnanti, agli studenti e a coloro che vogliano sperimentare la scrittura di sé e collaborare nella raccolta di storie di vita, nella ricerca di documenti e immagini riguardanti la scuola e il suo territorio (Municipio Roma 5). Sono previste la supervisione, consulenza durante le varie fasi di lavoro e la costituzione di un newsgroup.
Il convegno di restituzione, nel maggio del 2010, concluderĂ  il progetto.

(…)La soggettività umana, pur nella sua leggerezza e fragilità, è la sola forza attiva in grado di fondare, mentre costituisce se stessa, il senso e la bellezza del mondo. In ciò ognuno è insostituibile ed è per questo che si dice che ogni nascita ricrea la terra e che spegnere una vita è spegnere un universo. Non andrebbe mai scordato che i bambini e i ragazzi che si affacciano ai saperi, portano nei percorsi e nei progetti le due dimensioni costitutive della vita della mente, il ricordo e la speranza: il ricordo che connette al presente la dimensione del passato, per cui ognuno è portatore di una storia di vita che lo identifica; e la speranza, che aperta al futuro, consente di dare senso al proprio agire quotidiano, di vivere nel qui ed ora, prospettandosi un mondo in cui le attese dell’oggi trovino una possibilità di realizzazione. (…) Senza ricordo e speranza si ha la caduta della coerenza nel divenire storico del soggetto che agisce nel mondo. Senza ricordo e speranza si ha la distruzione delle azioni umanissime del perdonare e del promettere, che secondo Hannah Arendt, fondano la possibilità di reggere il peso del passato e di vincere l’incertezza del futuro, gettando un ponte tra le generazioni.
(Dalla relazione di Carmine Lazzarini “Percorsi diversi tra campi del sapere e narrazione” - Convegno nazionale “Campi del sapere e narrazione a scuola” (Anghiari – 2002)

Fasi del lavoro

Prima fase: dicembre 2009 gennaio 2010 Due incontri di orientamento autobiografico con le insegnanti coinvolte su: 1) Le parole chiave del racconto di sé. Le molteplici relazioni con l’identità e i cambiamenti dei luoghi, con riferimento particolare ai percorsi didattici delle tre classi coinvolte. 2) L’intervista autobiografica.

Seconda fase: febbraio 2010 Incontri con le tre classi L’Associazione Spazio Tempo per la Solidarietà proporrà a ciascuna delle classi, spunti suggestioni e modalità di lavoro. Partendo dal racconto di sé, attraverso scritture, disegni, fotografie, si arriva all’intervista autobiografica a persone che abbiano vissuto esperienze esemplificative.

Terza fase: marzo - aprile 2010 incontri di medio termine con le tre classi

Maggio 2010: Incontro conclusivo e restituzione del lavoro svolto.

Costruire la Mnemoteca scolastica

Il pre-incontro - 5 novembre 2009

Alla fine la tenacia di Rita viene premiata: riesce a coinvolgere due classi (1A e 4B) di via Cannizzaro e e una (4A) di Casal Bruciato anzi, sembra che anche un’altra sia interessata. Viene preparata una circolare che informa gli insegnanti della scuola che il pomeriggio del 5 novembre ci sarà un incontro per conoscersi nella sede di via Cannizzaro. Rita non sa prevedere quante insegnanti parteciperanno perciò decido di preparare 15 cartelline, contenenti, ciascuno, quei materiali che rendano più facile l’incipit del nostro percorso. La cosa può essere favorita anche dalla proiezione di immagini e/o un breve filmato. Non mancano i dolcetti e il succo di frutta. Arrivo a scuola con Franca e Riccardo, uno studente di Scienza della formazione in tirocinio. Sistemiamo il computer e il video-proiettore e ci disponiamo intorno al lungo tavolo. Siamo dieci in tutto. Si distribuiscono le cartelline e comincio a parlare del metodo autobiografico e del mio rapporto con la Lua; de “Il paesaggio umano e la memoria” e della Mnemoteca scolastica. Propongo che si faccia un giro di presentazione; mi sembra che ci sia un clima di curiosa attenzione e di ascolto reciproco e, giustamente, non mancano richieste di chiarimento e approfondimento.Gli sguardi, i sorrisi e le voci sembrano quelli di persone che si conoscono da tempo. Ne sono contento e provo a lanciare un altro tema con la lettura delle “Sette regole dell’osservare e dell’ascoltare” valide, secondo me, anche nei propri confronti. Il tempo passa velocemente. Cesidia, un’insegnante nativa di Villavallelonga deve andar via. Chiedo di restituire il questionario compilato e firmare la liberatoria; dal prossimo incontro vorrei, se si è d’accordo, registrare i nostri interventi. Adesso c’è un’atmosfera allegra e ne approfitto per dare, per il prossimi incontro i compiti per casa.

a) l’albero genealogico con date e mestieri; b) scrivere sui venti foglietti i titoli di capitoli della propria autobiografia, individuandoli nei passaggi importanti della propria vita tenendo conto delle apicalità dell’esistenza (gioco, amore, lavoro, morte); c) scegliere 10 – 15 fotografie che possano meglio rappresentarli; d) Scrivere la presentazione della propria classe, provando a usare il metodo autobiografico.

La mail di Franca

Ciao Gianni, ho letto nella tua mail che io starei preparando un riepilogo dell'incontro. Forse avrei potuto farlo se mi fossi messa subito al lavoro, ora rimangono solo le mie impressioni che sono del tutto soggettive e poco utili per un resoconto affidabile. Quello che posso dirti è che mi sono stupita della facilità con cui si sono svolte le cose. Non so se sia stato così per tutti, ma a me è sembrato molto spontaneo il modo in cui abbiamo risposto alle tue richieste. Strano che persone così diverse da me per età ed origine abbiano espresso bisogni e percorsi così simili. Singolare che tante abbiano frequentato scuole religiose in ambienti e periodi così diversi: questo è ancora il comun denominatore dell'Italia, a quanto pare. Anche se avevo già fatto questa esperienza a Villavallelonga, qui mi è sembrata nuova e forse più autentica. Probabilmente perché ci trovavamo in una scuola, un ambiente che mi è familiare e nei cui scopi ancora mi riconosco, anche se non ne faccio più parte. Le persone che erano lì le sentivo come mie compagne di strada, che affrontavano i miei stessi problemi, sia quando esprimevamo le difficoltà nel rapporto con gli studenti (per poi raccontare come in realtà le soluzioni le avevano già trovate grazie alla loro attenzione e disponibilità), sia quando esprimevano bisogno di maggiore concretezza negli obiettivi di lavoro. Mi sono riconosciuta nella sofferenza dei loro primi anni di scuola, nel desiderio di non ripetere ciò che era stato subito, nella generosità con cui svolgono un lavoro che richiede dedizione gratuita: chi glielo dice a Brunetta che ci sono persone che si sobbarcano di ore permanenza sul luogo di lavoro per poter avere una migliore preparazione? Come ti ho già detto, mi è sempre sembrato una grande ricchezza poter fare gratuitamente le cose che mi interessavano. Spero che questo gruppo possa andare avanti e che possiamo crescere nella conoscenza di noi stessi e, certamente, nella nostra autostima.

 


 

Incontro 1bis - Riepilogo

2 dicembre 2009

Ci vediamo, alle 15 nella sala professori della Sibilla Aleramo questa volta. Ci sono delle assenze ma c’è, “testimone silenziosa”, Mina un’insegnante conosciuta qualche anno fa alla succursale di piazza Sacco ai Monti del Pecoraro, quando avevo propiziato l’incontro della sua classe con Suor Maria Rita, una persona molto importante per lei. C’è anche Alessandra (dottoranda della facoltà di Filosofia) che si presenta rapidamente; racconta della collaborazione con alcuni insegnanti della scuola - prima - e con l’associazione, poi. Rita B. è accogliente e premurosa. Chiedo come sono andati i compiti per casa: dalle risposte e dalle espressioni dei visi sembra trapelare una certa emozione. Paola, Rita C. Franca, Rita B. e Riccardo hanno predisposto le fotografie e i foglietti davanti a sé… Ad uno ad uno il loro racconto oscilla tra le parole e le immagini. Non c’è un limite rigido di tempo ma è importante che tutti intervengano. Mentre ciascuno si racconta, le foto passano di mano in mano. Mi sembra che si sia creato un bel clima di attenzione e di condivisione: non è difficile collegare quanto è andato emergendo ad altre due parole chiave (due piani di riflessione) del nostro percorso. Mi riferisco alla CURA e alla FAVOLA. Chiedo ad Alessandra e Rita C. di leggere alcuni brani tratti da libri di Luigina Mortari e Maria Varano. Rita B. provvede subito a farne delle fotocopie e a distribuirle. Sono emozionato e non sono il solo. I dolci squisiti di Paola e Rita B. addolciscono e stemperano le emozioni.

Alcune riflessioni di Rita B. (richieste da Gianni)

Dal primo incontro del 5 novembre ad oggi mi sono trovata spesso a riflettere su come svolgere i mie compiti in vista di questo incontro. E quando oggi Gianni ha detto che una delle tante cose che accadono durante questo lavoro è proprio “il pensare ciò che non hai ancora pensato” mi ci sono ritrovata ampiamente. Infatti, la mia ricerca è stata lunga e difficoltosa e mi ha portato a modificare più volte quanto avevo elaborato, fino alla sera prima di questo incontro.

La prima a parlare, in questo secondo appuntamento, è stata Paola, poi Rita, Franca, io, Riccardo - e mi è dispiaciuto per lui perché lo ha dovuto fare in fretta, perché senza che ce ne accorgessimo il tempo era volato…. Il ruolo dell’ascoltatore, soprattutto quando decide di mettersi in una situazione di ascolto totale, è importante, ma anche molto difficile da realizzare in queste situazioni. Per esempio io, involontariamente, mi sono ritrovata durante la relazione di Paola, a mettere in ordine le mie foto, che si erano scombinate; quando me ne sono accorta mi sono sentita molto in imbarazzo ed umiliata e allo stesso modo mi sono sentita nuovamente verso la fine dell’incontro di fronte agli sbadigli di qualcuno.
Spesso ho notato che, quando si raccontava, si sceglieva un ascoltatore in particolare e a volte si richiedeva approvazione e riscontro con sguardi e gesti o passando le proprie foto. Io, per esempio, ho scelto come ascoltatori i ragazzi, Riccardo e Alessandra, e quando mi sentivo incerta ho chiesto appoggio e approvazioni anche agli altri. Inoltre, ho rilevato che ognuno di noi raccontava una parte del “proprio vissuto” con grande sentimento, calore, passione, con un grosso coinvolgimento emotivo, a tal punto che per tutti noi è stato facile ritrovarsi “dentro” con estrema facilità…. Io mi sono ritrovata in tante cose raccontate e vissute da altri, in modo particolare in quelle di Rita e di Riccardo. Di Rita perché, anche se abbiamo fatto percorsi diversi in città diverse, nei suoi racconti ho rivisto alcuni personaggi della mia infanzia; di Riccardo perché in alcuni suoi percorsi ho rivisto teneramente alcuni percorsi che ha fatto mio figlio. Per quello che ho osservato durante la narrazione, credo che ogni persona abbia evocato sia ricordi tristi, sia felici con una notevole capacità nel saperli dosare. Perché ogni persona ha saputo scavare nel proprio passato ad un livello di “profondità” che ha saputo controllare e far arrivare agli altri. E credo che ogni uno di noi si sia sentito ascoltato e compreso dal gruppo che ascoltava. E questo credo che sia uno degli elementi più importante.

Leggendo alcune citazioni tratte da “il principio della cura” e “la pratica dell’aver cura”, ho pensato che nessuno più di noi donne, che nello stesso tempo siamo madri, educatori, docenti, assistenti dei nostri genitori o di chi ne ha bisogno, sappia ritrovarsi in pieno in tali citazioni e capirle. Ma se è vero che :

- “ è la presa di coscienza della vulnerabilità dell’altro che fa sentire responsabili”

- “ se non c’è rispetto non ci può essere buona cura”

- “ ma proprio quando lo si tiene tutto per sé, il tempo si perde.…”

- “ voler bene è donare l’essere e poiché l’essenza dell’esserci è tempo, stare nell’essenziale è donare tempo alla ricerca di ciò che fa star bene”

allora vuol dire che per noi non c’è speranza di ricevere “cure”…..

 


 

 

Riepilogo 2° incontro Laboratorio “Costruire la mnemoteca scolastica”

10 dicembre (Alessandra C.)

Arrivo alla Sibilla Aleramo con un certo anticipo, non troppo, solo qualche minuto. Giusto il tempo di godere la luce del pomeriggio e chiedermi quale via potrebbe prendere questa volta il nostro incontro. Dopo una decina di minuti arrivano Riccardo e Gianni, carichi di energia, come sempre. Entriamo a scuola e incontriamo le prime professoresse, prima fra tutte Rita B. Ci riuniamo attorno al tavolo dell’aula professori e proviamo a raccogliere le tracce dell’incontro precedente, più o meno tacitamente ci ricordiamo la carica emotiva che l’esperienza dei “foglietti” ha portato con sé. Fin dall’inizio si percepisce però che l’armonia dell’incontro trascorso ha preparato il terreno per uno scambio più intenso, anche per l’espressione delle perplessità di alcuni sull’andamento del progetto. Ho tuttavia l’impressione che questi temi così densi e importanti non ottengano l’attenzione dovuta. Forse sarebbe stato necessario dedicare un incontro specifico al loro approfondimento. Ma, d’altra parte, gli animi erano pronti per un tipo di confronto non meno importante. Maria Paola A. e Paola F. esprimono, in particolare, la loro preoccupazione di fronte alla possibilità di proporre percorsi di scrittura di sé a ragazzi della !° A, troppo piccoli, forse, ma soprattutto, troppo problematici. Sia Gianni che io raccontiamo la nostra esperienza di educatori, mostrando la possibilità di gestire produttivamente e creativamente i conflitti che percorsi formativi così profondi inevitabilmente presentano. Gestione che può portare risultati profondi e inaspettati, a volte incredibilmente ricchi. La conversazione va avanti, ma credo che il problema non sia tanto o solo legato alla gestione dei conflitti: le insegnanti, giustamente, chiedono di avere un progetto più strutturato, in cui le tappe, i metodi, le attività siano pianificati in maniera più specifica. Forse si apre qui uno spiraglio più ampio: integrare modalità progettuali diverse, quella formativa della conduzione d’aula con quella anghiarese della narrazione autobiografica. Credo che l’incontro abbia dato soprattutto a noi supervisori elementi importanti di riflessioni.

 


 

Le mie case - Alessandra C.
Una casa luminosa. Attorno il verde dei prati ancora non corrosi dall’avanzata della città. Il silenzio dei cinguettii, e dello stare, muto ma pieno, dei pini marittimi verdi contro il cielo blu di una profumata primavera avanzata, alle porte di Roma.
L’altalena era il mio angolo preferito, tra l’oleandro e il piccolo roseto. Uno spazio aperto sull’aria, e tuttavia al riparo. Riparato da quello che c’era “dentro”, oltre la porta d’ingresso. La casa dove abitavo, bambina e poi adolescente, era chiusa tra mura di uno strano rosa antico. Tra di esse si aprivano gli spazi pretenziosi di ambienti troppo ampi. In quegli anni, la mia casa (ché il luogo in cui abitiamo non sempre è casa nostra…), invece, era l’altalena. Al tramonto me ne stavo a scaldarmi il cuore con ciò che tra quelle mura nessuno poteva capire e che potevo raccontare solo ai fiori. Loro, fedeli, non tradivano, non giudicavano, stavano ad ascoltare, e mi carezzavano di ombre che il crepuscolo allungava sull’erba. O forse, a volte, la mia casa era la scrivania sempre ingombra di libri, diari, pensieri tracciati su fogli ormai finiti chissà dove. Durante i lunghi pomeriggi di studio, la diligente studentessa che sono sempre stata, provava ad aprirsi tra i libri spazi che le appartenessero davvero. Oltre la porta della mia camera, oltre lo spazio dell’altalena la mia casa finiva, ed iniziava un mondo di cui non riuscivo a sentirmi parte.
Solo ogni tanto, quando mamma suonava il pianoforte, al piano di sotto, le note struggenti di Chopin, o quelle rigorose di Bach salivano fino a me, mi seducevano fino alle lacrime, e allora, forse, un insolito calore casalingo mi riscaldava il cuore. Ma erano attimi, che finivano, anch’essi, per poter vivere solo su di una pagina di diario. Ciò che mi aspettava ogni giorno, fuori dai miei pensieri, non mi piaceva, mi rimandava l’immagine di un’adolescente troppo riflessiva, che non trovavo posto tra le chiacchiere alla moda delle compagne di classe. E in famiglia, la mia solitudine di sedicenne tormentata non era capita.
Ma quando fuori pioveva, ed io potevo avvolgermi di maglioni morbidi e profumati, rannicchiandomi su di un romanzo, o sulle mie righe scritte con velleità letterarie di una bimba maldestra: in quei momenti, forse un posto per me c’era ancora. Ed io potevo sentirmi a casa.

Durò lo spazio delle medie e del liceo – l’infanzia mi sembrava già incredibilmente lontana, annebbiata, opaca. Poi, nel giro di pochi mesi, un gran via vai di camion, mobili imballati e caricati di peso, scatoloni, scatoloni e ancora scatoloni. I cassetti svuotati, che rivelavano tesori dimenticati da anni. Una foto che pensavo perduta, un libro soffocato di polvere, qualche vecchia bomboniera, tracce di eventi trascorsi e dimenticati, che si erano rintanate nel buio di angoli sigillati da così tanto tempo, ormai. E fu una nuova casa. Stavolta all’interno del Raccordo Anulare. Il frastuono della vita cittadina accolse la mia famiglia in un comodo appartamento a prati. Ne ero elettrizzata. Così lontana dalla non-casa in cui avevo vissuto fino ad allora, mi sentivo pronta a ricominciare: iniziavo l’università. Avrei conosciuto gente nuova, avrei iniziato a dar forma ai miei sogni sospirati su quella vecchia altalena.
Non posso dire che non sia andata così. Ma ancora, il perimetro di quelle pareti romane non era casa mia. Fu così che feci la valigia e andai a studiare lontano, per un anno. I confini romani e laziali mi stavano stretti. Mi stava stretta l’Italia. Mi stava stretta la mia lingua. Credo. Perché nel giro di qualche mese mi ritrovai a Berlino.
E lì, eccola, la mia prima vera casa. Solo mia. Uno spazio caotico di studenti stranieri accampati nello stesso centinaio di metri quadrati, al centro di una città in cui ancora periodicamente torno a respirare un’aria più familiare di quella romana. La lingua incomprensibile, le abitudini così diverse: cibo pesante, burro a palate e litri di birra. La gente scansonata di un paese in cui sembrano non esistere regole. O almeno così pareva a me. Perché entro il confine italiano avevo lasciato l’ordine e la meticolosità quasi ossessiva di mia madre, le pulizie quotidiane e le cravatte da ufficio di papà. Qui, invece, a Krausnickstrasse numero 2, primo piano, il padrone di casa era un uomo sulla quarantina dall’abbigliamento eccentrico, che per lavoro assisteva i malati di Alzheimer, e che conviveva con una ragazza della mia età. Una coppia originale, che una certa educazione perbenista mi avrebbe dovuto spingere a guardare di traverso. E invece sono stati la mia famiglia per un anno.
Condividevamo la cucina. Un crogiuolo di piatti sporchi accatastati, lavastoviglie perennemente in funzione, i cibi più svariati e un ineludibile, insuperabile caos. L’esatto opposto delle case in cui avevo abitato. E mi rendevo conto di aver trovato una casa veramente mia, quando la sera Olaf – il signore buffo cui pagavo l’affitto per la mia stanza – si metteva a cantare struggenti melodie Yddish, che Katharina, la compagna, accompagnava con il violino. Era sempre festa. E decidevo io se e quando pulire il bagno (inutile contare sui coinqulini, tutti maschi… figuriamoci!).
E nonostante le previsioni catastrofiche della rigorosa voce materna che mi biasimava nella mia testa, tutto ciò non mi impedì di studiare e tornare a Roma, un anno dopo, con tutti gli esami dell’anno accademico all’attivo. A Roma fu di nuovo prati. In quello spazio non mio, dovetti scrivere la tesi.
E veder morire mio padre.
Il tempo di un Erasmus a Berlino, e la vita aveva iniziato a contare i giorni di papà. Tornai in Italia che mi fu data la notizia. Un male incurabile. Chi lo chiama tumore, chi cancro: non ho mai capito se c’è una differenza. Tanto più che l’esito è lo stesso.

Gli ultimi tempi lo sistemammo nella mia stanza, ci davamo i turni ad assisterlo, mia sorella ed io, per permettere a mia madre di dormire un po’. Lui spariva piano piano sotto la sua flebo, ogni giorno i suoi occhi erano un po’ più opachi. In quella camera, dove avevo studiato e sognato di ricominciare, nel nuovo appartamento in prati, tra la libreria stracolma e la parete coperta di foto, mio padre morì un pomeriggio di maggio, tra le braccia di mia madre, mentre io me ne stavo di fronte, inerme, a guardarlo volare via.
Forse, per uno strano cortocircuito della mente e del cuore, quella stanza fu per un po’ davvero mia. Ci volevano tante lacrime per rendermi care quattro pareti e una finestra.
Tornai a dormirvi solo un mesetto dopo il funerale. Prima mi sarebbe stato impossibile. Ma poi iniziai a pensare che forse qualcosa di lui era ancora lì, e la notte poteva starmi accanto mentre mi addormentavo. Gli promisi che mi sarei laureata nei tempi, nonostante tutto. E ci riuscii. Ma quella casa divenne teatro di drammi inaspettati, problemi e dolori cui eravamo impreparati. Rimarranno chiusi lì, dietro quel portone troppo pesante.

Io, di lì ad un anno, me ne andai. Avevo vinto il dottorato con borsa di studio. Potevo mantenermi. E me ne andai. Forse, finalmente, avrei trovato una mia casa. E c’era qualcuno con me ad appendervi i quadri, nel luogo da cui ora scrivo questo rapsodico percorso tra indirizzi diversi. Qualcuno mi aiutò a sistemare ogni cosa. Insieme comprammo le posate e i piatti (rigorosamente Ikea). Insieme sistemammo il libri sugli scaffali. Finché, dopo qualche mese, di fronte al portone del condominio, quel qualcuno mi disse che andava via, per sempre.
Da allora quella casa, questa casa, è solo mia. Tolsi le tracce del matrimonio mancato. Iniziai a riempirla di cose solo mie. Le posate sono ancora quelle, ma che devo fare… non posso buttare proprio tutto. Le foto sono state sostituite, il libri, ovviamente, sono aumentati. Qui, con le mie colleghe progettai le mie prime attività di formatrice. Qui ho scritto una seconda tesi, quella di dottorato.
Qui mi ritrovo, ora, a tu per tu con me stessa, a dover ricominciare ancora una volta… La crisi economica, il progetto non approvato, i soldi che mancano sempre… ma anche i fiori che qualcun altro, da un po’ di tempo, ha iniziato a portarmi, lo squillo del telefono di qualche amico, la cucina in cui mi diletto in ricette sempre nuove. Forse era necessaria tanta solitudine per trovare casa.
O forse, è solo un momento, nell’attesa di un nuovo approdo.
Non lo so.
Le mie case mi hanno insegnato che non sono le fondamenta a poterti tenere al sicuro. NĂ© i confini o gli indirizzi postali.
Forse, in realtà, al sicuro non lo siamo mai. Ora lascio che la luce di questo novembre si spanda per il piccolo spazio in cui abito adesso, guardo sconsolata il mio disordine che ricopre il tavolo su cui lavoro, e giro di tanto in tanto gli occhi attorno a guardare le tracce di tutto ciò che è stato e che ancora è, chiedendomi per quanto ancora queste stanze saranno casa mia. Ma in fondo, forse non conta.
La casa, la mia casa, non è dove abito. La mia casa ha il ritmo fugace e ballerino dei miei sogni mai stanchi, e dove sono loro ci sarà sempre un posto anche per me.

 

Una proposta di lavoro: scrivere
- I ricordi di scuola (elementare, media o attuale) indicando 1)il nome della scuola, 2) il quartiere, 3) il nome dell'insegnante e/o un breve racconto dal titolo "Quella volta che ..."
- Un ricordo per ogni senso (udito, tatto, vista, olfatto, gusto)

Benedetta ?

“Breve racconto … ricordi”
Quando ero alle medie avevo dodici anni, più o meno. Andavo a scuola che si trovava a Via Pietro Belom, era una scuola molto grande e c’erano classi da trenta persone se non di più. Io mi ci trovavo bene, avevo molte amiche sia nella mia classe, anche se non andavo d’accordo con tutti, sia al di fuori della classe. Alle medie si può dire che ero la prima della classe sia nello studio, che ne comportamento. In questi tre anni abbiamo sempre cambiato di posti, ad esempio al primo anno sono stata vicino a diverse persone, per conoscerci, al secondo anno con una ragazza, che eravamo diventate amiche strette, lei non era italiana e mi piaceva esserci amica appunto per questo lei mi raccontava tutto sulla “Romania” e mi imparava anche qualche parola, al terzo anno sono stata invece un po’ con tutti, un po’ come al primo anno.
All’ultimo anno di medie, litigavo spesso con Alexandra, la mia migliore amica, perché ci sono le solite nemiche che ti fanno allontanare dalle persona a cui vuoi più bene. Le altre volevano me e io volevo Alexandra, ma poi alla fine, questo rapporto si spezzò non appena finì la scuola. Infatti, io non la vidi neanche agli esami, perché lei era stata la prima dell’alfabeto. Avevo degli ottimi insegnanti ed ero la “cocca” di tutti loro, mi piaceva soprattutto una professoressa che era bravissima, era scherzosa al tempo del gioco ed era seria al tempo del serio. Era giusta come persona e io ci andavo d’accordo, non la dimenticherò mai.
I bidelli invece erano tutti antipatici e scorbutici, chiedevi delle fotocopie e ti dicevano torna dopo o aspetta. Insomma vorrei tornare indietro ma per ora preferisco starmene qua, perché sto bene con la mia splendida classe.

Giovanni Fattore, Torre Maura; via Pietro Belom, Professoressa Dolfin

“Una volta che …”
Ricordo che una volta, abbiamo fatto un cd con tutta la classe, era un piccolo filmino.

“Ricordi legati ai cinque sensi”
Udito: ricordo di un ragazzo con la quale mi ero innamorata
Gusto: ricordo delle torte al cioccolato che faceva mia nonna tempo fa
Vista: ricordo l’immagine di mio nonno materno, prima che morisse
Olfatto: ricordo il profumo dei fiori alla scuola alle elementari
Tatto: ricordo del liscio pelo del mio furetto che avevo tempo fa, che adesso non c’è più

Cristina Migliacco
“Una volta che …
Quando ero alle elementari, in seconda, nell’anno scolastico 2002/2003, ero nella scuola Marco Aurelio di Guidonia. Ricordo che un giorno, durante l’ora di ginnastica, da cui ero esonerata, ero nella classe insieme alla mia maestra d’italiano, la maestra Cesira, e mi regalò un libro delle filastrocche che avevamo in classe e che ho tutt’ora.

“Ricordi legati ai cinque sensi”
Udito: un ricordo legato all’udito sono le canzoncine che cantavo da piccola a quattro cinque anni.
Gusto: ricordo il gusto del tiramisĂą che faceva mia madre, tempo fa
Vista: ricordo l’immagine di mio nonno materno, prima che morisse
Olfatto: ricordo il profumo delle patate al forno che fa mia madre alcune volte
Tatto: ricordo che da piccola avevo dei topolini e che mio padre me li metteva sulle braccia, e ricordo le loro piccole zampine pungenti

Diana Passeri
“Quella volta che …”
Quella volta che ero alle medie alla scuola Alberto Sordi, era venuta la dirigente e aveva consegnato i pagellini, in classe stavamo facendo storia. Dopo che la dirigente ha finito di consegnare le pagelle, alcune compagne mie di classe hanno cominciato a piangere, perché dicevano che ero io a far prendere loro brutti voti, perché la pagella mia era più decente della loro, ma non di tanto.
Quando le compagne di classe hanno finito di piangere, la professoressa chiese ai miei compagni di classe se volevano che io fossi ammessa agli esami, e loro risposero di no.
Io lì per lì non volevo più andare a scuola, ma poi ho deciso di impegnarmi di più; infatti i miei voti migliorarono in due mesi. I miei genitori mi dissero anche di reagire contro il volere dei miei compagni.

Alberto Sordi, 2008/2009 Talenti, Ylenia

“I cinque sensi”
Olfatto: ricordo l’odore della legna del camino acceso a casa di mia nonna
Udito: ricordo il rumore dei fuochi d’artificio
Tatto: ricordo di quando accarezzo il cane di mia nonna e mi viene in mente il mio peluche
Gusto: ricordo di quando mangio il gelato e mi viene in mente il sapore del gelato al cioccolato che mangiavo da piccola
Vista: ricordo di quando vedo il gabbiano volare e mi viene in mente l’estate al mare

Maria P. ?

Quando ero piccola andavo in una scuola chiamata Palenco. Avevo tre anni quando ho iniziato l’asilo. Io abito in un quartiere chiamato Rebibbia. In questo quartiere c’è la scuola dove andavo da piccola. L’anno in cui ho iniziato e finito le elementari era dal 2000 al 2005. Le mie maestre si chiamavano Doriana e Marina, loro erano delle ottime insegnanti. La bidella che c’era alle elementari si chiamava Angela, me la ricordo perché era molto simpatica. La compagna di banco che avevo alle elementari si chiamava Valentina, con le avevo un buon rapporto infatti ancora adesso ci parlo anche se siamo a scuole diverse.
Ricordo molte esperienze di quando stavo alle elementari: per esempio quando in giardino o in classe cantavamo delle canzoncine (Udito) oppure facevamo dei balletti mentre cantavamo (Tatto), oppure quando in giardino mangiavamo tutti insieme (Gusto), oppure quando vedevamo un film nel’aula di informatica (Vista), oppure quando sentivamo degli odori quando dovevamo fare una festa (Olfatto).

Marta F.
“Un ricordo legato alla scuola”

  1. Zaveria Cassia
  2. San Basilio
  3. 2006/2007
  4. Suor Ernestina
  5. Giorgia
  6. Quella volta che …

Io e delle mie amiche avevamo formato un gruppo, dove tutte avevano un libricino con dentro scritto l’alfabeto segreto il nostro simbolo era una stella con la penna blu sulla mano, ogni giorno ci scambiavamo oggettini e stavamo sempre insieme pure fuori scuola.

“I cinque sensi”

Vista: ricordo della casa in Polonia
Olfatto: ricordo dell’odore delle mucche
Udito: ricordo di una canzone fatta alle elementari
Gusto: ricordo delle zuppe di mia nonna in Polonia
Tatto: ricordo della neve fredda di quest’inverno

Martina M.

Quando ero piccola frequentavo la scuola materna a Palenca una piccola scuola del mio quartiere. A sei anni ho iniziato le elementari. Le mie maestre si chiamavano Marina e Doriana, erano brave. Le elementari le ho iniziate nel 2000 e le ho finite nel 2005. La mia compagna di banco si chiamava Laura e era anche la mia migliore amica. Con i miei ex compagni ancora mi sento perché alla fine siamo cresciuti insieme.
Non scorderò mai la mia prima recita, ho aperto io lo spettacolo e vedevo tutti i genitori che mi guardavano (Vista), dovevamo stare tutti attenti per dire le battute perché se non sentivamo la battuta prima non potevamo dire la nostra (Udito), alla fine dello spettacolo i genitori ci avevano preparato una festicciola e noi affamati sentivamo l’odore (Olfatto) dei dolci, mangiavamo soddisfatti (Gusto) e prima di tornare a casa ci siamo dati un forte abbraccio (Tatto).

Prof.ssa Paola F.

“I cinque sensi”

Ho un caro ricordo della mia infanzia che riguarda i cinque sensi. Avrò avuto cinque o sei anni e mia madre, come spesso faceva, mi dava, su di un piattino di alluminio grigio un po’ freddo con sopra disegnato Paperino, una bella rosetta tagliata a metà con dentro spalmato un po’ di burro e due o tre pezzettini croccanti di cioccolato fondente.
Quanto mi piaceva quella merenda!!
Intanto ascoltavo sul giradischi la mia favola preferita, “Cappuccetto rosso” e proprio nel momento cruciale dell’arrivo del lupo mi andavo subito a rifugiare da mio padre intento a scrivere uno dei suoi tanti articoli.
Mi piaceva il profumo di quella rosetta e il sapore del cioccolato che si squagliava in bocca. Mentre ascoltavo … aspettavo con ansia la frase fatidica: “ … ed ecco il lupo!” ma, nello stesso tempo ne avevo timore, per cui subito correvo tra le braccia di mio padre che mi consolava ogni volta. Poi riprendevo la mia passeggiatina in corridoio addentando la mia “rosetta al cioccolato” e sbirciando mio padre che riprendeva a scrivere sorridendomi.
Ancora adesso, a distanza di tanti anni, assaporo il gusto e il profumo di quella merenda “speciale”, su quel piattino grigio, mentre aspetto con ansia la frase fatidica e guardo mio padre che mi sorride.

“Io a quattordici anni! La mia cara compagna di banco”
Ho un ricordo un po’ sfumato dei miei quattordici anni, ma una persona mi è rimasta nel cuore.
Frequentavo il primo anno del liceo scientifico, uno dei più rigidi di Roma dal punto di vista scolastico. Studiavamo molto sia a casa che in classe. Avevo per compagna di banco la mia cara amica dalla scuola elementare. Essendo così amiche, però, in classe chiacchieravamo spesso o ridavamo di qualcosa che era successo quel momento o ricordavamo il pomeriggio precedente trascorso insieme.
Ci divertivamo tanto e andavamo a scuola volentieri, felici di poter trascorrere la mattinata insieme. Purtroppo però i nostri risultati scolastici ne risentivano negativamente; incominciavamo a ottenere insufficienze diffuse sia nei compiti in classe che nelle interrogazioni.
Così trascorse veloce quel primo anno di liceo “bellissimo”; con i seguenti risultati: io rimandata a settembre in inglese e lei respinta. Per me fu un gran dispiacere; non tanto per il fatto che avrei dovuto studiare tutta l’estate inglese, ma perché ormai avevo perso la mia cara “compagna di banco”. Infatti il secondo anno di liceo non fu … “bellissimo” come il precedente.

Sonia G.

“Quella volta che …”

Frequentavo le scuole medie Alberto Sordi presso viale Marx. Nell’anno 2009 frequentavo la terza media e mancavano pochi mesi agli esami. Eravamo al camposcuola a Torino ed era l’ultima notte che dormivamo all’albergo. Io e i miei compagni c’eravamo riuniti nella stanza di due nostri compagni. Erano circa le undici di sera e mettemmo la musica e spegnemmo le luci, accendemmo una lampada e cominciammo a ballare alcuni sui letti altri sulle sedie.
Passavamo tutta la notte svegli a ballare e a cantare, ma anche a giocare: sia al famoso “gioco della bottiglia” sia a fare le sfilate di moda. Il giorno dopo partimmo verso le nove e tutti noi ci addormentammo sul pullman che ci diresse verso casa. Non me la dimenticherò mai quella notte passata con i miei compagni a divertirci a ballare e a giocare, ma soprattutto non mi dimenticherò mai i miei cari compagni con cui ho trascorso tre bellissimi anni di scuola media.

“Ricordi legati ai cinque sensi”

Udito: ricordo le canzoni che cantavamo io e i miei compagni delle medie
Gusto: ricordo il gusto del latte di capra che faceva mia zia Laura che abita in Sardegna
Vista: ricordo mio nonno Antonino, che è morto quando avevo soli cinque anni, in ospedale su una sedia a rotelle
Olfatto: ricordo la puzza della mia vecchia fattoria che ho nella mia villa in campagna
Tatto: ricordo che da piccola toccai il vestito da sposa di mia zia quando si sposò